#perlaGloria – Ode alla gentilezza

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Quando accade che qualcuno se ne va, se ne va definitivamente intendo, si assiste quasi sempre a una riqualifica del soggetto in questione. Non importa se in vita fosse un terrificante e arcigno essere umano, da morto se ne parlerà comunque con riverente affetto. Se poi a dipartire è un personaggio famoso l’effetto aumenta in modo sproporzionato le sue dimensioni. Tutti lo seguivano e tutti lo amavano come nessuno. E tutti lo piangono, ovviamente. In questi giorni abbiamo assistito alla prematura scomparsa di Fabrizio Frizzi e, anche in questo caso, non sono mancati messaggi di cordoglio. Tra tutte le parole lette “gentilezza era quella più ripetuta.

Poco importa se fosse vero o meno, anche se sono portata a credere che l’apparenza in questo caso non c’entrasse, la cosa su cui fermarsi è quella gentilezza tanto nominata.

Era così tanto tempo che non percepivo l’essere gentile come un virtù reale. Anzi, ero ormai arrivata a credere che, in fondo per l’opinione pubblica, essere gentili fosse una caratteristica da deboli, da sottomessi, una maschera per sfigati.

Se si pensa a una persona gentile ci viene in mente qualcuno con modi di altri tempi, una persona eccessivamente buona e permissiva, un individuo che sa stare al suo posto.

Preferiamo di certo un vincente, caparbio, furbo, che sa imporsi, che sa svoltare la situazione a suo favore. Meglio essere in vista, farsi valere alzando i toni, usando parole dure senza nemmeno direzionarle, l’importante è farsi sentire.

Del resto si vede dappertutto, ormai non ci sono veti, vale tutto. Si insultano le persone giornalmente con il nobile alibi di essere liberi di dire la propria. Si scrivono commenti sotto le foto della qualunque, dando il nostro parere su tutto senza il minimo tatto: sei grassa; questo vestito ti sta malissimo; sei troppo magra; eri più simpatica prima; sei un incapace; un venduto; un cretino (e mi sto censurando); un poraccio; una “zoccola”.

Il fatto che gli insulti siano più al femminile non è volontario è, ahimè, un dato statistico.

In ogni caso pare evidente che a noi della gentilezza non freghi nulla, ormai è desueta, passata, finita, roba di altri tempi. Talmente superata che non sappiamo nemmeno cosa voglia dire di preciso. Così, a memoria, dovrebbe essere qualcosa di simile all’educazione.

No, invece.

La gentilezza non è fatta solo di buone maniere impartite, non assomiglia ai modi composti pieni di affettazione, non si avvicina a quel mellifluo atteggiamento compito atto a farsi credere una persona di un certo livello.

La gentilezza, quella che si ricorda e che manca quando qualcuno che ne possedeva in abbondanza ci lascia, è qualcosa che abita nell’animo e che, direttamente da quel profondo, raggiunge i gesti e le parole.

È finezza e grazia.

È qualcosa che, se si incontra, ti cambia la giornata. E la vita. Di chi fortunatamente la incrocia e soprattutto di chi la pratica.

Ha un valore inestimabile, un po’ per natura un po’ per acquisizione, vista la sua rarità.

È sapersi far valere senza violenza, vivere senza intossicarsi l’anima con travasi di bile inutili, comportarsi sapendo che tutti meritano rispetto, regalarne senza riserve, senza distinzioni.

Non c’è nulla di remissivo nella gentilezza, anzi, praticarla e coltivarla in un mondo in cui averne ti fa sentire un agnello in mezzo ai lupi, è quanto di più coraggioso mi venga in mente.

Gloria Sacchi per MIfacciodiCultura

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