Sul filo di un equilibrio mentale: i rebus esistenziali di Max Ernst

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La vestizione della sposa (1926) Venezia, Collezione Peggy Guggenheim

1° giorno di aprile del 1976, una stella luminosissima raggiungeva il firmamento dadaista-surrealista. Max Ernst, mina creativa non del tutto esplosa perché inesauribile, il giorno dopo, il 2 aprile, avrebbe compiuto 85 anni. La parabola artistica di oltre sessant’anni del genio renano si concluse a Parigi, città che Ernst aveva raggiunto in seguito a un rocambolesco soggiorno negli Stati Uniti e due matrimoni americani, tra cui quello brevissimo con Peggy Guggenheim, donna devota all’arte.

I matrimoni di Max Ernst, effettivamente, furono intensi quanto brevi, ma l’amore per le quattro spose fu un tema ricorrente nelle sue opere, con risvolti che ancora ci affascinano, densi di una sensualità inquietante e della lezione di Freud. In questa prospettiva La vestizione della sposa, uno dei capolavori della Collezione Peggy Guggenheim, riassume le allucinazioni di un’infanzia trascorsa a Brühl, città natale di Ernst, e un precoce amore per l’occulto e l’ignoto.
L’iconografia tradizionale dello sposalizio si mescola alla simbologia esoterica in un rebus che accoglie femminilità, mito dell’androgino, riti di iniziazione e conoscenze e paure annesse. Sulla scia del Grande Vetro di Duchamp e dei volti ornitomorfi di Alberto Savinio, una donna col corpo di una Eva di Cranach e un magnifico mantello di piume rosse promette amore e fedeltà a un essere di diversa specie, e nella paura della sua nuova condizione trova la forza di scacciare una vergine, fino a un attimo prima sua compagna di giochi innocenti.

La Vergine che sculaccia il Bambino Gesù davanti a tre testimoni (1920), Colonia, Ludwig Museum

L’esperienza psichica di Ernst bambino, al limite dell’allucinazione, e l’orrore umano vissuto in guerra da Ernst adulto, si proiettano con viva forza sulla tela in contorni e contenuti capaci di stemperare l’angoscia del passato.
Per Max Ernst, forse, la pittura doveva essere come un tuffo nell’abisso, un nuotare e affondare in uno stato intermedio tra quiete e terrore capace di potenziare le sensazioni e smorzare il vissuto; un modo per contemplarsi sperando di rimanere lì per sempre, lasciando che l’inquietudine travolgesse gli altri al di là di questo limbo meravigliosamente consolatorio.

«L’arte è un prodotto farmaceutico per imbecilli», scrisse Picabia nel suo Manifesto Dada del 1920. Dopo un avvio espressionista insieme a Macke, l’irruzione pionieristica nel covo dadaista di Ernst è sintomatica della sua morte morale sul fronte prima polacco e poi francese. La tabula rasa invocata da Tzara era necessaria ai fini della resurrezione del reduce di guerra, ma nel 1922, approdando al Surrealismo, il giovane Dadamax superò lo spirito nichilista e si affidò al prodotto farmaceutico per imbecilli. Max Ernst sentiva di dover trovare il coraggio di comunicare e comunicarsi attraverso il linguaggio dell’immagine, abbandonando la provocazione fine a se stessa e aprendo le porte del proprio inconscio.

Tuttavia anche il Surrealismo dovette provocargli un certo prurito. Come gli altri colleghi del movimento, Ernst era un inguaribile individualista.

Tutta la città (1934), grattage, Londra, Tate Gallery

Max Ernst non fu solo pittore, ma anche scultore e scrittore. Sperimentò diverse tecniche, dal collage all’assemblage, improntate all’automatismo e allentando il proprio controllo sul gusto, la ragione, la morale e la consapevolezza; con oscillazioni del corpo e sgocciolamenti incontrollati traspose in pittura la scrittura automatica surrealista anticipando qualche anno il dripping di Pollock, ma i risultati più stupefacenti sono quelli ottenuti attraverso il frottage e soprattutto, dal punto di vista di chi scrive, il grattage.

Quella di Ernst è una parentesi geniale – e in parte ancora da analizzare – in un periodo storico di stravolgimenti e storture, seppur intellettualmente effervescente. Dopo il successo riscosso con La Vergine che sculaccia il Bambino Gesù davanti a tre testimoni del 1920 continuò instancabilmente ad essere devoto all’arte e a correre sul filo del proprio equilibrio mentale.

Inaccettabile per molti specialisti del tempo, di un fascino balsamico per chi insegue le radici della meraviglia.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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