Italia: AAA amanti dell’arte e della cultura cercasi disperatamente

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Chi non ha mai visto una di quelle interviste di cultura generale, in cui i nostri connazionali fanno delle figure a dir poco meschine, condite da risatine imbarazzate, occhi stralunati e luoghi comuni come se non ci fosse un domani? Questo rito imbarazzante imperversa per le strade e per le discoteche di tutta Italia, tracciando uno spaccato grottesco e inquietante della nostra società. Per chi se le fosse (fortunatamente) perse, ricordiamo un esempio fra tutti: la campagna lanciata dalla piattaforma digitale Libreriamo che ha realizzato un sondaggio su vari argomenti, spaziando dalla storia dell’arte alla letteratura. Ebbene il 52 per cento degli intervistati non ha saputo rispondere, oppure ha dato pareri che potremmo definire, con un eufemismo, “particolari”. Così l’Urlo di Much è diventato un film di Dario Argento, I Promessi Sposi sono stati attribuiti a Giovanni Boccaccio e l’Amleto è stata inserito fra le opere di Dante. Chi assiste a questi strafalcioni forse penserà che l’intervistatore abbia montato gli spezzoni peggiori, per strappare una risata amara sull’ignoranza di alcuni individui. I dati però non vanno in questa direzione. I lettori assidui diminuiscono a vista d’occhio: il 18,3% della popolazione ha letto al massimo 3 libri in un anno, mentre il 16,5% sono lettori medi con una media di 4-11 libri in un anno. I connazionali che hanno letto almeno un libro al mese sono la parte inferiore, solo il 5,7%. Ma esiste un dato per certi versi ancora più preoccupante: il Bel paese, con tutte le sue meraviglie e ricchezze storiche e artistiche non è poi così bello agli occhi dei suoi abitanti! L’ultima statistica Eurostat afferma che, mentre il turismo culturale ha avuto negli scorsi anni un sensibile incremento in tutta Europa, l’Italia rimane fanalino di coda. Alla domanda «Avete visitato almeno un monumento storico, un museo o un sito archeologico nell’ultimo anno?», solo un italiano su 4 risponde di sì, contro una media europea del 43,4 per cento. Può sembrare un paradosso per il Paese che vanta la più alta concentrazione di beni artistici del mondo, eppure gli italiani sono fra i più pigri frequentatori di siti culturali.

Chi ha il pane non ha i denti, insomma. Ma chi si può ergere a “dentiera” di questa società? Alcuni puntano il dito verso la famiglia, altri verso la scuola. Si tratta in effetti dei nuclei di crescita del bambino che poi sarà il futuro adulto e fruitore di musei e mostre. Certo la scuola non rende intelligenti o interessati, ma può fornire gli strumenti per apprezzare la realtà ed esaltare le propensioni individuali. E non è un mistero che le ore di storia dell’arte in Italia siano in generale sacrificate, relegando così la materia a materia di serie B. Sarebbe quindi auspicabile un aumento delle ore, a cui si deve però affiancare uno svecchiamento dei programmi. Non si può continuare a far finta che il mondo non sia cambiato: servirsi delle nuove tecnologie e di spunti innovativi non è un male, basta farlo nella giusta direzione. Bisognerebbe inoltre trovare il coraggio di compiere un passo in avanti anche dal punto di vista del mondo del lavoro e liberare l’ambito culturale dall’idea che possa andare avanti esclusivamente grazie al volontariato di studenti e pensionati. Il problema poi molte volte si annida alla base della visione che abbiamo del trionfo di storia e arte in cui siamo cresciuti: è triste constatare come vengano spesso a mancare l’emozione e la meraviglia davanti alla bellezza che ci circonda, forse perché proprio in Italia si finisce per darla per scontata in nome delle fantastiche abbuffate quotidiane alla portata di tutti, forse perché si stanno utilizzando le lenti sbagliate. D’altro canto non bisogna esagerare con gli “effetti speciali”, piegando mostre e i musei alla volontà dei Social Network e facendo diventare i quadri più famosi un mero sfondo per scattarsi dei selfie da condividere con gli amici. Questo sarebbe un ulteriore impoverimento della storia dell’arte che si camuffa e deforma, svilendosi e perdendo la propria identità, con il risultato di ingannare il pubblico invece di educarlo. Perché, come dice l’acuto George Bernad Shaw, «si usano gli specchi per guardarsi il viso, ma si usa l’arte per guardarsi l’anima».

Erica Beccalossi per MIfacciodiCultura

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