“Il diavolo nel cassetto” di Paolo Maurensig, tra Letteratura e discorso sul Male

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Fortunatamente, non tutti gli scrittori vengono colti dalla sindrome del Grande Romanzo. Dipenderà anche dal fatto che ultimamente l’editoria ha sdoganato la categoria del racconto, breve e lungo, ed ha varato una stagione, per un motivo o per l’altro, qualsiasi cosa possa venir racchiusa tra una prima e una quarta di copertina merita una rilegatura e soprattutto un prezzo. Questa tendenza ha peraltro valenze estremamente positive, come il fatto di poter accedere singolarmente ad autori come Twain o Gogol leggendo singolarmente Il biglietto da un milione di sterline o Il cappotto. E ci concede il vantaggio di poter finalmente accedere ad opere commisurate sulla reale ispirazione letteraria e non sulla necessità, tutta editoriale, di avere a disposizione il tomo che non possa andare al di sotto di un certo numero di pagine (per tacere dell’esigenza individuale della Sindrome del Grande Romanzo, appunto): ecco quindi che, a seguito di una serie di processi creativo-editoriali, possiamo godere di un lavoro come l’ultimo di Paolo Maurensig, Il diavolo nel cassetto (Einaudi).

Il diavolo nel cassetto
Maurensig e gli scacchi, un tema ricorrente

L’editoria, in definitiva, ha ben poco a che vedere con l’arte letteraria: «it’s a jungle out there» canta Randy Newman, e il verso si attaglia perfettamente ad un mondo popolato di editor autoqualificantisi, scuole di scrittura creativa che promuovono le scuole di scrittura creativa, concorsi farlocchi, in una confusione continua tra editoria, appunto, e tipografia. Un libro di Paolo Maurensig, che conosciamo per opere come L’uomo scarlatto, La variante di Lüneburg e Canone Inverso, ma che conosciamo anche qualitativamente per una scrittura sintatticamente limpida e la capacità di svolgimento coerente di trame complesse e psicologicamente approfondite, è sempre un evento quantomeno godibile. Ma Il diavolo nel cassetto si propone fin da subito come un lavoro sorprendente se non altro per la vena di umorismo e sottile, ma non troppo, ironia.

Maurensig, che ha tutta la possibilità di giocare con cognizione di causa con ogni topos della letteratura: in questo caso, con quello del “manoscritto ritrovato”, di ottocentesca memoria; ma soprattutto gioca con alcuni dei luoghi comuni dell’aspirante-letteratura: lo fa costruendo un intero villaggio in Svizzera che si gloria di aver offerto ospitalità (breve e casuale, peraltro) nientemeno che a Goethe, fatto da cui deriva una certa notorietà turistica e la propensione degli abitanti a credersi scrittori. Di tutti gli abitanti: i quali scrivono a cottimo senza cognizione di causa, inviano manoscritti e ricevono lettere di rifiuto come tanti Snoopy, ma senza mai perdere l’entusiasmo (divenendo così persone di successo, secondo l’accezione di Winston Churchill almeno). Fin qui, nulla di straordinario: ma un simile stato di cose, circa mille aspiranti scrittori tutti convinti di essere talenti inespressi/incompresi è terreno fertile per la perdizione: e infatti nel paesino svizzero arriva addirittura il diavolo in persona, naturalmente nei panni di un editore.

Canone inverso, libro e film

Il diavolo nel cassetto gioca quindi sin dal titolo con l’ambizione letteraria (sì, proprio quella che secondo Eco, in mancanza di una “conoscenza” pregressa, sarebbe meglio riporre), quel moto creativo o presunto tale per cui è nell’espressività colloquiale parlare di “romanzo nel cassetto”, quello che abbiamo quasi tutti, e che quasi tutti riteniamo si trovi nel posto sbagliato. La sofferenza, si sa, nasce dalla discrepanza tra aspirazioni e realtà; su questo ovviamente gioca il diavolo, in poco più di un centinaio di pagine in cui Maurensig si muove sapientemente su piani temporali e tematici diversi.

Qual è infine dunque il tema principale di questo gioiellino letterario? La vanità, certamente, il narcisismo; e altrettanto certamente, in modo palese, il mondo dell’editoria. Il diavolo è anche la nostra società e la nostra politica, ed in senso lato tutta la comunicazione depauperata della nostra era della comunicazione in cui tutti hanno diritto di parola, ma purtroppo hanno anche diritto a credere che ogni parola abbia lo stesso peso indipendentemente da chi la pronunci.

Ci sono però, incastonate in uno svolgimento quasi giocoso, soprattutto se consideriamo l’impianto narrativo da thriller, considerazioni più profonde: a partire dalla Letteratura, «E la sua domanda se la letteratura sia un male mi lascia perplesso; sarebbe come chiedersi se il male non sia l’uomo stesso, e poiché la letteratura è l’espressione più genuina e profonda dell’uomo, in essa confluiscono tutte le miserie umane, come anche la sua grandezza», e non è la sola considerazione sulla valenza etica dell’istanza letteraria.  Ma soprattutto c’è uno sguardo sul Male in valore assoluto: «…sostenendo cioè la tesi di un diavolo incarnato che si confonde in mezzo alla gente e può rivestire molteplici ruoli, assumendo a volte l’identità e l’aspetto di persone apparentemente normali, con le quali abbiamo tutti i giorni dei rapporti personali…».

La banalità del Male? Considerando che la xenofobia funzionava ancora, fuorché per il diavolo, s’intende, probabilmente sì. Il diavolo nel cassetto è anche una discesa agli inferi, ma una discesa tutta terrestre. Contraddittorio? Certamente: come pure il fatto che, cosa che accade con la letteratura di valore, sarebbe possibile dedicare all’analisi stilistica e tematica de Il diavolo nel cassetto uno spazio ben superiore all’opera stessa. La contraddizione, per nostra fortuna, sta nel fatto che per godere della lettura dell’ultimo romanzo di Maurensig una siffatta analisi non è assolutamente necessaria.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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