La riforma del cinema: di cosa hanno bisogno le produzioni italiane?

0 703

Nel gennaio 2017 è entrata in vigore la riforma del cinema varata dal Ministero dei Beni Culturali. Sono emersi però dubbi o quantomeno incertezze sui risultati conseguiti: a più di un anno dalla promulgazione, è forse arrivato il tempo di fare delle considerazioni al riguardo.

La riforma del cinema ha previsto la creazione di un fondo autonomo per il sostegno dell’industria cinematografica e audiovisiva: i fondi non sono più erogati sul progetto sotto forma di sostegno alla produzione, ma a posteriori basandosi sui risultati concreti. È stato istituito, infatti, un sistema di valutazione che attribuisce ad ogni film un punteggio e alla fine della stagione, in base ai punti ottenuti, al produttore viene accreditata una certa cifra economica. Nella riforma è prevista anche l’assegnazione di cento punti nel caso in cui un film arrivasse a prendere parte a manifestazioni cinematografiche di rilievo, duecento in caso di vittoria dell’Oscar, mentre per l’esportazione del lungometraggio all’estero è previsto l’accreditamento di dieci punti per ogni paese in cui viene presentato. Questi metodi di assegnazione riguardano il 40% dei fondi ministeriali, la restante parte viene attribuita dalla riforma secondo parametri economici. Questi si basano sulle vendite TV o home video e naturalmente anche per gli incassi ai botteghini. Di seguito le parole del ministro uscente Dario Franceschini, promotore del disegno di legge:

Legge attesa da decenni, darà un forte contributo al settore. Saranno disponibili risorse certe per 400 milioni di euro all’anno, oltre il 60 % rispetto ai fondi attuali. Verranno introdotti strumenti automatici di finanziamento con forti incentivi per i giovani autori e per chi investe in nuove sale e a salvaguardia del cinema. Si interviene così riconoscendo il ruolo strategico dell’industria cinematografica come veicolo formidabile di formazione culturale e di promozione del Paese all’estero.

Registi convocati

Commentare la riforma è un’operazione complessa, ma pare evidente come vi siano da riscontrare dei punti positivi e negativi. Tra i primi c’è sicuramente il fatto che si ritorna a parlare di cinema! Potrebbe sembrare un’affermazione banale, ma è proprio così: per troppo tempo la classe dirigente del Paese ha dimenticato di destinare attenzioni a questa forma d’arte e alla cultura in generale. Tale argomento è stato affrontato parlando del cinema inteso non tanto come momento produttivo, ma soprattutto quale distributivo dell’esercizio.

La riforma in oggetto, più che innovare, tende a rafforzare quelle che sono le certezze del cinema italiano. Lo dimostra il fatto che per la stesura della legge sono stati convocati dalla commissione preposta i vincitori italiani del Premio Oscar: hanno hanno avuto il compito di proporre dei consigli migliorativi. Probabilmente le attenzioni maggiori si sarebbero dovute mostrare verso chi cerca di affermarsi in questo campo pieno di contraddizioni: si pensi per esempio ai giovani registi indipendenti che faticano ad emergere.

Trattando di cinema, più che di produzione ed esportazione, sarebbe stato preminente parlare di formazione: incentivare adeguatamente gli studi cinematografici per formare un fruitore nuovo e acculturato, creare una rete professionale che possa avvicinare ai propri obiettivi chi è interessato a intraprendere questa professione, dare vita a un cinema popolare in cui, più che fare di tutto per adeguarsi a certi canoni, un giovane regista possa sentirsi tutelato e non tagliato fuori nelle produzioni.

Poco spazio è riservato ai festival italiani, Venezia a parte, rispetto alle grandi manifestazioni estere: basti pensare che per i festival di Roma, Torino e per il Giffoni è previsto l’accreditamento di soli venticinque punti! I produttori preferiscono così portare i propri film all’estero non presentando le opere di qualità in Italia. Le manifestazioni cinematografiche sono un mezzo di qualificazione del territorio oltre che eventi di gala.

Viene messa in discussione la vocazione industriale dell’arte cinematografica, lontana dai ricordi del grande cinema d’autore nazionale. Un’ulteriore considerazione nasce, infatti, dalla scommessa di formare una idea di cinema nuovo. Agli occhi degli appassionati cineasti riecheggiano ancora scene indimenticabili: dal bagno di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi ne La dolce vita (1960), fino ai riferimenti biografici e poetici di Tornatore in Nuovo cinema paradiso (1988). Questi ultimi sono degli esempi filmici che riportano alla memoria un tipo di cinema vintage. Sorge spontaneo chiedersi se i grandi registi come Fellini o Leone avrebbero avuto bisogno di riforme del genere per far diventare la cinematografia italiana riconosciuta in tutto il mondo. Non sarà il caso di fermarsi con le innovazioni e con le riforme, ma di produrre solo cinema di qualità?

Mino Guarini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.