#EtinArcadiaEgo – “Bisca Vascellari”: l’arte in gioco in cornice gangster

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Il mondo delle bische clandestine che rivive ad uso dell’opera d’arte. Sembra qualcosa di persino più assurdo di un controsenso logico e artistico, ma è semplicemente quello che è successo a Roma ogni giovedì dal 21 febbraio al 14 marzo, in cui trentatré persone sono state catapultate in un casinò clandestino in cui l’arte fa da padrone. Croupier d’eccezione l’artista italiano Nico Vascellari.

Vascellari, un po’ Angelo Provolone un po’ Frank Sinatra in queste serate romane, è nella vita di tutti i giorni uno dei performer più apprezzati del panorama internazionale. Nato a Vittorio Veneto nel 1976, è stato il cantante di una punk band di modesto successo, finché nel 2005 la sua vita prende una piega interessante. Vince, con merito, il Primo Premio Internazionale delle Performance, a Trento, con il suo Nico & The Vascellaris, stupendo su tutti una certa Marina Abramovic, membro della giuria. Oltre dieci anni più tardi è una delle stelle dell’arte performativa, con il grande merito di aver reso Vittorio Veneto uno dei centri della performance mondiale, invitando grandi nomi ad esibirsi nella sua città natale. La Abramovic ha varie volte performato con Vascellari, lodandone varie volte le grandi potenzialità.

La Bisca Vascellari è un progetto ambizioso, che mira a creare uno spazio al di fuori del reale. Niente cellulari, dunque, né fotografie: come nei locali di gioco dei gangster movie, tutto ciò che succede nella bisca, lì vi resta, ammantata dalla stessa torbida aura di mistero che ne ha creato il mito.

Ma cosa lega un locale da gioco con oggetti d’arte? Semplice: sono la posta in palio. I concorrenti sono stati chiamati a giocare per portarsi a casa un’opera di Vascellari: acquistando fiche all’ingresso, l’ospite guadagna il diritto a entrare nel saloon metropolitano e giocare. La Bisca si svolge tra luci soffuse, di un ambiguo rosso sfuocato, che avvolge tavoli da grigliata domenicale, boccali di birra e fumo diffuso. Sulle pareti, quadri nascosti da teli bianchi, con le sole lettere SC (uniche in comune fra Bisca e Vascellari) a decorarle: gli ospiti devono riempie le tele con schizzi fatti sul momento, il quadro va al migliore. Più in là, i classici dadi fanno da padroni la scena: tre per ciascuno, la somma decreta il vincitore. La vincita? Gli stessi tre dadi, fissati su superficie nera e firmati Vascellari. E poi uova di bronzo da usare e vincere, una macchina delle sfere dove invece dei pupazzetti escono opere d’arte; infine, il gran finale: il gioco delle buste. Appese al muro ce ne sono decine, nere e rigidamente chiuse. Partecipare costa solo una fiche, è il gioco più economico. C’è chi durante la serata ha tastato tutte le buste cercando di individuare quelle che contengono l’opera di maggior valore.

L‘idea di Vascellari è senza dubbio un buon uso del concetto di insolito, capace di mescolare insieme la performance con il ricordo di uno spazio vitale che non esiste più. Nel contemporaneo in cui tutto è registrato, filmato, pubblico, persino la criminalità di un tempo ha acquisito, perdendolo, un fascino tutto suo. E l’artista, sempre in bilico fra quello che è consentito e quello che è sentito, è per Viscellari un fuorilegge a tutti gli effetti. «Rivendico la mia libertà – disse in un’intervista – la libertà che come artista ho di pensare fuori dagli schemi». La sua Bisca ne è l’esempio: una derisione del peso della commercializzazione che l’arte si porta dietro unita al desiderio di parlare al pubblico, di mostrargli come l’arte può giungere anche dove non te se lo aspetterebbe.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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