Amelia Rosselli, la musica nella poesia e la poesia della musica

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Una problematica della forma poetica è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale, e non ho mai in realtà scisso le due discipline, considerando la sillaba non solo come nesso ortografico ma anche come suono, e il periodo non solo un costrutto grammaticale ma anche un sistema. […] nello scrivere e nel leggere le cose vanno un poco diversamente: noi contemporaneamente pensiamo. In tal caso non solo ha suono (rumore) la parola; anzi a volte non ne ha affatto, e risuona soltanto come idea nella mente.

Quanto sopra, è un estratto dalla dichiarazione di poetica di Amelia Rosselli (Parigi, 28 marzo 1930 – Roma, 11 febbraio 1996), poetessa italiana morta suicida, autrice di oltre 15 sillogi e dell’importante saggio Una scrittura plurale. Saggi e interventi critici: certo, importante in un’ottica piuttosto rarefatta, e certamente non in una Nazione col 40% o più di analfabeti funzionali, per i quali vale l’aureo principio del basta che ci capiamo – e infatti non ci capiamo, e non capiamo quasi nulla.

«…v’è il poeta della scoperta, quello del rinnovamento, quello dell’innovamento… [io sono un poeta] della ricerca. E quando non c’è qualcosa di assolutamente nuovo da dire, il poeta della ricerca non scrive», scrive infatti Amelia Rosselli, ponendosi totalmente al di fuori di qualsiasi ottica socialmente accettabile nell’Era dei Social, della comunicazione lampo, del selfie e della vuotezza pneumatica del contenuto. Non a caso, Rosselli fece parte della cosiddetta generazione degli anni Trenta, che se in poesia comprese autori come Giancarlo Majorino e Giovanni Raboni, ma soprattutto Alda Merini, in prosa annoverò tra le sue fila Gesualdo Bufalino, Ferdinando Camon, Fulvio Tomizza, Giuseppe Pontiggia, Gina Lagorio, Dacia Maraini: su tutti, però si pone Umberto Eco con cui la poetessa potrebbe rivaleggiare teoricamente in raffinatezza linguistica e attenzione al particolare: ma è nel tentativo di fondere l’uso della lingua con l’universalismo della musica che Amelia Rosselli si pone come una figura unica nel panorama mondiale della poesia.

Ma Rosselli si contraddistingue per la commistione tra poesia, linguistica e musica, e la sua produzione, su cui spiccano Variazioni Belliche, del 1964 e Serie Ospedaliera del 1969, è assolutamente singolare, espressione dei resti di un io a cui è impedito di manifestarsi fino in fondo e dei frammenti di una realtà con cui non è possibile nessuna conciliazione.

Amelia Rosselli, la musica nella poesia e la poesia della musica
Amelia Rosselli

Sorge un dubbio, se si guarda alla biografia della Rosselli, ossia, che la mancanza di capacità di filtrazione della realtà abbia degli aspetti patologici (come peraltro per Alda Merini): è indubbio il fatto che la morte della madre avvenuta nel 1949 non venne mai superata del tutto. Ed è anche vero che cliniche svizzere e inglesi le diagnosticarono una schizofrenia paranoide che lei non accettò mai, preferendo parlare di lesioni connesse al morbo di Parkinson manifestatosi precocemente già a 39 anni.

Frequenti esaurimenti nervosi sono comunque un dato di fatto, il suicidio quello più tragico, ma con una particolarità ulteriore e singolare: Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita l’11 febbraio, esattamente come la poetessa inglese Sylvia Plath che si suicidò all’età di trent’anni.

Ma in definitiva, se per l’artista in generale non si può scindere dalla propria interiorità, non possiamo certo farlo per Amelia Rosselli, per la quale non soltanto il sentimento ma la sua modalità espressiva erano fondamentali, e che si trovò a vivere ai prodromi di un’epoca stonata, gridata e zeppa di contenuti quanto i vocalizzi in una gara di richiamo del maiale: come non sentire come nostro almeno una parte del suo disagio esistenziale?

 

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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