#1B1W – “La notte poco prima della foresta” e le lunghe braccia di Koltès

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Quante notti esistono: quelle di mezza estate, quelle stellate, quelle prima degli esami. La notte è lo scenario per eccellenza, un luogo eletto per l’immaginazione, per il sogno e per la speranza, dunque, spesso prestato alla narrazione in tutte le declinazioni dell’arte. La notte è teatrale ed è in questa sua qualità che custodisce l’atto unico del drammaturgo e regista francese Bernard Marie Koltès La nuit juste avant les forets, La notte poco prima della foresta (Teatro Gremese, 20178).

Bernard Marie Koltès

Nelle sue lunghe braccia del buio, tra le stelle e i fantasmi, si muove un giovane uomo straniero per le strade di una città francese, non curante della pioggia. Si lascia bagnare mentre abborda un nuovo e giovane amico al quale racconta una storia, la sua storia.

Prende il via così un tortuoso e fluttuante monologo nel quale compaiono le immagini di tante altre persone, i loro ritratti e caratteri incastrati nel suo cuore e nella sua mente: bastardi che lo canzonano vedendolo lavare il suo pene dopo aver urinato e pensando di non essere compresi; riccioli biondi che nel buio lo invitano a dire la caccia ai topi (un modo come un altro per aizzare alla ricerca di stranieri da percuotere!); puttane matte che lanciano gli abiti dei loro clienti dalla finestra, lasciando che l’intimo sventoli su un lampione; una ragazza che vive le sue notti lungo il fiume e che vorrebbe tanto rivedere.

Ognuno di questi rapidi episodi in successione, frutti del medesimo ramo venato di un ritmo serrato, si susseguono in uno stile narrativo che agevola la percezione di tale turbinio dell’anima straordinariamente restituito dall’assenza di una punteggiatura ferma, piuttosto ricca di anacoluti, biasimi, ripetizioni, invocazioniNel buio “della notte” di Koltès, chiaramente, quest’andatura incalzante apre il sipario all’avvicendamento di diversi paradigmi.

I bastardi non comprendono le usanze e giudicano, sbeffeggiano chi per loro deve essere sporco per natura, perché non conoscono né vogliono riempire il loro vuoto culturale; alla caccia ai topi viene invitato anche il giovane straniero, perché la notte nasconde in parte le differenze e non consente ai superficiali di guardare oltre il loro naso, in profondità; le puttane matte lasciano in bella vista, come su un palo da effige, gli indumenti intimi del suo cliente, perché quella contemporanea è una società che non si scandalizza più di un corpo che si vende, né di un’intimità lasciata al vento; è una società che ha accettato di farsi un’idea di qualcuno anche facendoci del sesso, salvo andarsene dal giaciglio del piacere prima che si possa cominciare a parlare, a dialogare, insomma a sapere uno dell’altro. Sarebbe troppo?

E dunque l’intelaiatura de La notte poco prima della foresta sorregge la denuncia delle divisioni, delle separazioni, degli stereotipi che sostengono: le zone di lavoro, quelle per posteggiare, le etichette di uomo, donna o di omosessuale; ed ancora l’avvilimento delle zone di tristezza, della chiacchiera, del “venerdì sera” che costringe ad uscire, a divertirsi, pur essendo sul punto di crollare dalla stanchezza.

La fiducia data agli altri, al di là dell’aspetto di teppisti, e il tradimento di essere fregati pur avendo proposto una birra insieme per cui non se ne hanno neanche più i soldi, dal momento che si è strati derubati da quelle stesse persone. Ma, nonostante tutto, il protagonista di Koltès suggerisce:

[…] non dire niente, non muoverti, ti amo compagno, io cercavo qualcosa che fosse come un angelo in mezzo a questo casino e ora tu sei qui, ti amo, come dirlo, che casino, che bordello, compagno, e sempre la pioggia, la pioggia, la pioggia, la pioggia.

E mentre leggi La notte poco prima della foresta ti pare di vedere un attore al centro della scena correre affannosamente sul posto a più riprese, alternando questi attimi a rovinose cadute in terra su un palcoscenico su cui si muove piatto, incarnando esattamente il contatto e la distanza, la staticità ed il movimento del e nel mondo. Quello che sta lì, appena prima della foresta.

Antonia De Francesco per MIfacciodiCultura

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