Walt Whitman, immortalità del «Capitano! Mio Capitano!»

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Non vorrei portare avanti un falso ricordo (ma ne dubito sinceramente), ma il buon si fa per dire Flap Horton (Jeff Daniels) in Voglia di tenerezza usa Foglie d’erba come arma di seduzione, regalando una copia del più famoso volume di poesia americana alle studentesse in procinto di cedere alle grazie dell’insegnante. Del resto, come dargli torto? Il capolavoro di Walt Whitman si presta perfettamente: larga messe di edizioni in brossura, belle illustrazioni di copertina, tascabile, sicuro valore artistico, autore noto al di là della lettura effettiva (un po’ come da noi Umberto Eco, ma provate voi a regalare Baudolino ad una ragazza che intendete sedurre…), argomento abbondantemente romantico ma non tale da essere inequivocabile (utile in caso di offeso rifiuto: chi, io? Hai frainteso… ma provate a farlo coi sonetti di Billy Shakespeare), perfino il titolo, se vi è buona disposizione d’animo può essere galeotto, con quel suo vago evocare un dejuner sur l’erbe… (a meno che la ragazza sia rasta).

Walt Whitman
Walt Whitman

Tutta questa prolusione per introdurre uno dei più grandi poeti statunitensi e mondiali, Walt Whitman (West Hills, 31 maggio 1819 – Camden, 26 marzo 1892) appunto: anzi, possiamo dire senza ragionevole tema di essere smentiti trattarsi di uno dei membri della sacra trimurti poetica stars&stripes, assieme a Edgar Lee Masters col suo Fiume del Cucchiaio, e a Henry David Thoreau con Walden (ci sarebbe da aggiungere anche Emerson, ma fu più filosofo che poeta – però fu entusiasta estimatore della raccolta del collega Whitman).

Nel 1855, dopo la quasi consueta parentesi biografica costellata di viaggi, esperienze e lavori assortiti, Whitman si autopubblica la prima edizione di Foglie d’Erba, salendo di fatto su una giostra dalla quale non discenderà mai più: alle scarne 12 poesie della prima edizione seguiranno altre 20 un anno dopo; inizieranno le critiche spesso feroci sia per lo stile che la materia (“dozzinale, profano ed osceno” il volume, “un pretenzioso idiota” l’autore). Certo è che la poesia di Whitman è fortemente di rottura con tutto ciò che la precede, perché carnale (vedi l’utilizzo che ne fa Flap), a tratti prosaica, in cui vengono utilizzate a piene mani immagini del tutto innovative quali il marciume delle foglie, i detriti, erba morta. Nell’ottica di una poesia precedentemente ancorata agli schemi esausti del Romanticismo europeo, Whitman è devastante sia come produzione che come personaggio: uomo dalle posizioni nette, si schiera apertamente col Nord nella Guerra di Secessione Americana, e non farà mai mistero delle posizioni fortemente antischiaviste.

L’altra, ben più famosa, comparsa nel mondo del cinema di Whitman è attraverso il verso del 1865 «O capitano! Mio capitano!», citato da tutti dopo la visione del capolavoro di Peter Weir L’attimo fuggente e compreso come Born in the USA di Springsteen alla sua comparsa in Italia, cioè quasi per nulla: il verso è anche il titolo della poesia che Whitman dedicò a Abraham Lincoln dopo il suo assassinio. Si tratta, per inciso, di una composizione classica per schema e rime, e questa cosa va a nostro modesto parere intesa come un profondo segno di rispetto per il grande Presidente scomparso (del verso ne fa un uso bellissimo Ivano Fossati nella sua canzone L’amore con l’amore si paga).

Per il resto, Whitman ebbe, ha ed avrà una profondissima influenza sulla cultura e sulla letteratura americana: non a caso essendo uno statunitense, si tratta di un prodotto globale e come tale la sua diffusione è enorme e la sua fama destinata ad essere imperitura: la sua opera influenzerà, apertamente, Allen Ginsberg e quindi tutta la Beat Generation. Considerando che gli Ultimi Americani (per dirla con Fernanda Pivano) si mescoleranno alla generazione hippy e valutando le commistioni tra arti visive, musica pop-rock e politica (Whitman sosteneva fortemente che il poeta non può che essere fortemente legato alla Nazione cui appartiene, il che lo etichettò anche come poeta della democrazia, ed in effetti la sua opera è fortemente permeata di spirito democratico), possiamo probabilmente dire che a Walt Whitman si può applicare il principio dei Sei Gradi di Separazione, per giungere a collegarlo a qualsivoglia manifestazione artistica o politicamente democratica contemporanea.

Dopodiché, scopriamo anche che sussistono seri e gravi dubbi sulla sessualità di Whitman: non dichiaratamente omosessuale, ma autore di diversi versi diversi che sono stati interpretati come inni all’amore omosessuale, interrogato in proposito il poeta non rispose mai direttamente. Per contro, ci sono, parrebbe, diverse prove di suoi amori eterosessuali, cosa che tutto sommato ha fatto dire alla critica, nella fattispecie al suo biografo Jerome Loving, «il dibattito sulla sessualità di Whitman non avrà mai fine, a dispetto di quante prove possano mai emergere. Dal canto nostro, prendiamo diligentemente nota della questione sotto la voce Cose di cui non ci potrebbe importare di meno».

But I with mournful tread,
Walk the deck my Captain lies,
Fallen cold and dead.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

2 Commenti
  1. SANDIE dice

    Tutti amiamo Whitman ma, se parli della sacra trimurti poetica americana, non so proprio perché tu non abbia citato Emily Dickinson, che spicca accanto a Thoreau e Masters come l’Everest vicino a due collinette. Questo se si parla solo dell’800, perché se andiamo al 900 allora c’è Sylvia Plath, meravigliosa, moderna e poeta fino all’ultima goccia di sangue. Strano poi che nessuno scriva mai che la frase “O captain! My captain” è una citazione da Melville, Moby Dick, pubblicato venti anni circa prima delle poesie in cui Whitman include la poesia famosa per Dead poetry society_film

    1. Vieri Peroncini dice

      Uno dei motivi per cui non ho citato Dickinson è che allora sarebbe stata una “tetramurti”, e non mi suonava bene. Poi, non ho citato nemmeno Frost, Bukowski, Ginsberg, Dylan, Pound, Ferlinghetti, Kerouac, Corso, Hayden, Cummings e, sospetto, anche qualcun altro ancora. Il fatto è che non si possono citare sempre tutti, specie in un breve articolo, altrimenti non comunicheremmo più e, anche avendo lo spazio a disposizione, ci limiteremmo a scrivere poco più che elenchi alfabetici. Altrettanto impossibile, scrivere pensando a non dimenticare quale potrebbe essere il poeta preferito di ogni singolo lettore-tifoso. Quanto al Capitano Achab, forse il fatto che non se ne parli in relazione a Whitman dipende dal fatto che quest’ultimo aveva in mente un Capitano decisamente diverso, ossia Lincoln, e a quest’ultimo ci si riferisce anche in Dead Poets Society. Insomma, sarà pure una citazione di Melville, ma contestualizzata in maniera completamente diversa, e di per sé un paio di vocativi non sono poi così poeticamente significativi.

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