“Giappone. Storie d’amore e di guerra” a Palazzo Albergati

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Uno sguardo illuminante dell’Oriente nipponico è quello che proviene dalla mostra Giappone. Storie d’amore e di guerra a Palazzo Albergati di Bologna, che ci parla del periodo Edo attraverso più di 200 opere che riescono a calarci all’interno del panorama tradizionale ed etnico del Giappone come se ci trovassimo in un salotto dell’epoca e da lì ammirassimo i stupendi disegni esposti nella mostra.

Il periodo Edo, importantissimo nella storia del Giappone, fu un’età di pace duratura che portò grande prosperità nell’isola. In questo contesto il ceto borghese emergente riuscì a diventare economicamente fiorente, ma non poté elevarsi nella scala gerarchica vigente all’epoca per la fissità dell’organizzazione in caste del Giappone. Di conseguenza le enormi ricchezze che questa classe andava raccogliendo, non potendo essere usate per un innalzamento sociale, trovarono una possibile applicazione nel soddisfacimento di piaceri che trasformarono il volto della collettività, facendo emergere così una cultura edonistica. Il termine che venne usato per identificare questo modo di vivere fu ukiyo che originariamente era una parola buddista che significava “il mondo in attesa del nirvana”. Da una parte quindi possiamo vedere la grande aderenza all’interno di un solco di tradizione, dottrina e filosofia, quale può essere il buddismo (e prima ancora lo scintoismo), mentre dall’altra parte una presa di distanza ironica da quel mondo che viene letto attraverso nuove esigenze. Ma il contesto di fondo, la cultura, la tradizione non vengono mai accantonate nel mondo nipponico di questo periodo, né vengono intese come una restrizione della creatività e del cambiamento che esigeva una società in movimento come quella giapponese, benché chiusa al resto del mondo. Tutto al contrario di ciò è la tradizione a dettare le possibilità d’azione e di cambiamento di modi e stilemi all’interno delle sue stesse linee guida. Le immagini e i disegni portano infatti al loro interno una miriade di dettagli indiretti (come, ad esempio, scritti che parlano di animali rappresentanti determinate famiglie o immagini naturali che richiamano il retroscena divino del scintoismo) che però, da patrimonio condiviso quali sono, vengono facilmente riconosciute anche dagli strati più indigenti della popolazione.

Queste raffigurazioni rappresentano l’arte popolare dell’epoca che richiedeva una fruizione immediata e, a differenza della fattura e della bellezza, era accessibile a tutti. Erano il risultato di un lavoro complesso: partendo da un modello prodotto da un disegnatore, un incisore realizzava tante tavole quanti erano i colori presenti nel disegno, sovrapponendole successivamente una ad una. Lo stesso rapporto tra originale e copia è da calare all’interno di quella particolare società: copiare i disegni di artisti era un modo per riconoscersi debitori e inferiori rispetto al maestro. Il maestro dava il canone all’interno del quale muoversi e le modificazioni creative erano possibili proprio a partire da quel modello di riferimento, facendo un tributo all’opera originaria.

Il lungo e accurato itinerario della mostra mette in risalto prevalentemente le raffigurazioni delle bellezze femminili, molto frequenti all’epoca, che, una volta idealizzate, rimangono pressoché identiche nel corso dei secoli. Sono mostrate le geishe, letteralmente “artiste”, abilissime danzatrici, suonatrici e raffinate accompagnatrici esperte nell’arte della conversazione (i pannelli della mostra ci spiegano chiaramente come la concezione di prostituta che attribuiamo alle geishe è erronea e sbagliata); le oiran, cortigiane di alto rango all’interno dei quartieri del piacere che dovevano eccellere nella pittura e nella cerimonia del tè; e tante altre figure femminili.
Da lì si passa poi al piano superiore della mostra dove sono visibili le raffigurazioni del teatro No e di quello Kabuki. Il primo di questi era il teatro dell’aristocrazia mentre il secondo quello del popolo. Iniziano a succedersi maschere e immagini di visi truccati in vista di rappresentazioni e spettacoli, colori sgargianti su volti e labbra tese a indorare di poesia e canti i movimenti delle mani e delle gambe: un denso caleidoscopio di segni gettati sul pubblico astante che, un tempo, era patrimonio condiviso e collettivamente inteso mentre ora, nello spettatore, è misterioso e fantasmatico enigma.

Le stanze seguono fino a che non ci si ritrova in una dominata nel centro da un’armatura: la sala dei samurai. Interessante vedere come, nonostante il periodo Edo sia un tempo di pace, la memoria dei samurai e delle loro battaglie sia rimasta così viva nelle memorie del popolo nipponico. Quella tradizione, che pregna tutta la mostra e non ci fa notare i salti tra i secoli che avvengono sotto i nostri occhi, è la stessa che ricorda la grande era dei samurai scolpita a immagini sgargianti nelle menti di coloro che, non avendola vissuta, possono farsene prosecutori per il solo fatto di aderire pienamente a una cultura senza tempo.

Giappone. Storie d'amore e di guerraQuesta irrequieta immobilità, questa cultura slanciata in avanti con lo sguardo strabico di chi tiene un occhio fissato indietro, questa libertà della ripetizione in cui il substrato di partenza viene assorbito e fatto proprio da ognuno nel trovare la propria creatività in un tributo fecondo alla tradizione, sono aspetti vivi in Giappone. Storie d’amore e di guerra con, in più, il delicato affetto e la sospirata ammirazione di coloro che, per l’occasione, sono riusciti a ricostruirla per noi.

Giappone. Storie d’amore e di guerra
A cura di Pietro Gobbi
Palazzo Albergati, Bologna
Dal 24 marzo al 9 settembre 2018

Stefano Brusco per MIfacciodicultura

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