Lezioni d’Arte – Quel Giove in Dosso Dossi che dipinge farfalle

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Amo l’iconografia perché cerca di dare un senso alle molteplici interpretazioni che si possono avere da un solo dipinto. Ci sono opere infatti che racchiudono misteri, allegorie, che ancora non sono chiare poiché ognuno ne legge un significato diverso, anche in base ad un piccolo dettaglio. Ci sono dipinti, come Giove, Mercurio e la Virtù di Dosso Dossi (San Giovanni del Dosso,1474 – Ferrara,1542) del 1524, che sono ancora al centro di dibattiti e studi per estrapolarne il vero significato. L’impressione che si ha è che qualcosa ancora sfugga.

La suprema divinità dell’Olimpo, Giove signore degli dei, è identificabile soltanto per l’attributo ai suoi piedi, l’immancabile fulmine, curioso oggetto raffigurato con fiamme vive alle due estremità. Il vivido colore del fuoco è ripreso dalla tunica che indossa e che scendendogli fino ai piedi ne accentua anche la posizione in cui è seduto, su un trono di nuvole, con le gambe accavallate. È assorto nella sua attività di pittore, con la tavolozza ed i pennelli in mano, sta dipingendo delle bellissime farfalle su di una tavola che sembra evanescente. L’azzurro del cielo è lo stesso del paesaggio circostante, i contorni sul fondo sono sfumati, come se la creazione di Giove non si rifacesse soltanto all’atto pittorico ma debba essere intesa come qualcosa di più grande riferito all’universo intero. Un omaggio della pittura come creazione della Natura, un trionfo in quanto la pittura è un’invenzione divina.

Dalla tela azzurra parte un arcobaleno che sprigiona luce ed evidenzia il paesaggio dello sfondo, tra il cielo e il verde delle piante fa capolino una città con un’alta torre. Tornando ai personaggi, il messaggero dei dei, Mercurio ha gli stessi piedi intrecciati e siede su un manto rosso fuoco, ha i suoi calzari alati, il petaso appuntito sulla fronte e l’immancabile caduceo dorato con due serpi che si intrecciano. Il drappo svolazzante verso l’alto accompagna la torsione del volto nel compiere un gesto esplicito: sta zittendo il terzo personaggio, una donna ritratta inginocchiata, abbigliata di oro e di fiori, la Virtù.

Sappiamo che l’opera fu realizzata su commissione di Alfonso I d’Este, destinata al suo camerino privato doveva quindi celebrare l’importanza dell’ozio e del sogno. Numerosissime furono le interpretazioni di questo affascinante e criptico dipinto: uno studioso ci ha letto addirittura una satira politica secondo la quale il re di Francia Francesco I volterebbe le spalle all’alleato, duca di Ferrara, Alfonso preferendovi la gioia della pittura. Qualcuno ha anche ipotizzato che nei tratti di Giove si nascondessero quelli di Dosso.
Ma la più accreditata è la trasposizione in pittura del dialogo dell’Alberti, Virtus dea, scritto negli anni trenta del XV secolo. Il dipinto di Dosso Dossi ecco che rappresenterebbe il momento esatto in cui la Virtù supplica Giove di darle protezione, perché sempre più trascurata dagli uomini e aggredita dalla Fortuna. Mercurio le intima di far silenzio, la divinità è infatti impegnatissima nella raffigurazione delle farfalle, nell’otium, l’unico momento di tranquillità dalle solite vicissitudini quotidiane.

Il dibattito morale che apre l’Alberti, e che lascia libera interpretazione la pittura di Dosso, è sulla prevalenza fra la Fortuna e la Virtù. Quale delle due è più importante per l’umanità? E perché tanta importanza a quelle farfalle, emblema del pensiero e del’idea evanescente, che con tanta concentrazione Giove dipinge? Il pittore ne ha data libera interpretazione, usando la fonte letteraria dell’Alberti Dosso Dossi ha approfittato del racconto leggero e spensierato della storiella per ritrarre un inedito e mai visto prima Giove pittore, intento nel suo passatempo artistico. Un modo per elogiare la pittura e l’ozio creativo – che condivideva anche il duca d’Este, committente -, e quale migliore simbolo delle eteree farfalle per descrivere l’otium come distacco dalle ordinarie preoccupazioni?

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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