Carmen Yáñez e le migrazioni a confronto tra passato e presente

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Carmen Yáñez e Luis Sepulveda

Carmen Yáñez, poetessa cilena e compagna di Luis Sepúlveda, torna in libreria con Migrazioni, edito per l’Italia da Guanda, libro di poesie dove l’autrice esprime il dolore radicale del migrante, cioè della persona costretta a scappare dalla propria terra al fine di ricercare un avvenire migliore, uscendo da un sistema oppressivo ed oppressore delle libertà e dei diritti fondamentali della persona. La poetessa ha vissuto in prima persona tale condizione in quanto ha dovuto emigrare dal Cile a seguito dall’instaurazione della dittatura di Pinochet, per poi riuscire a tornarvi soltanto anni dopo, trovando un paese affascinato e spolpato dal neoliberismo.

Nella poesia di Yáñez si ritrovano vari migranti: l’africano o l’orientale che scappa da conflitti armati (più o meno famosi al grande pubblico), condizioni climatiche insostenibili e mancanza di cibo ed acqua, ma anche l’occidentale che decide di espatriare a causa di condizioni socio-economiche profondamente inique ed ingiuste. Yáñez cerca la fonte profonda del dolore condiviso da soggetti così diversi, ma accomunati dalla condizione di migrante. Per tutti costoro ad essere violato è stato il “diritto a non emigrare”, così come definito da papa Joseph Ratzinger nel 2013. Spesso infatti non si tiene conto del danno e della pena arrecata dal fatto di non poter vivere nella terra natia, con cui inevitabilmente si crea con sentimento di affettività quando si cresce e nostalgia quando si parte.

Oggi è ancora più palese che questa condizione si propaga come un virus: è giunta a riguardare anche paesi economicamente sviluppati del vecchio continente come Italia o Spagna. I dati ci dicono come nel 2016 ben 124.076 italiani, da nord a sud, hanno deciso di lasciare il Bel Paese per tentare di costruirsi un futuro altrove. Il problema è serio e pressante, infatti questo stato di cose è altamente instabile e destinato ad esplodere in disordini sociali nella misura in cui è impensabile che tutto il mondo si trasferisca nel nord del mondo. Si badi bene, la mobilità internazionale è un grande fattore di sviluppo ed arricchimento culturale nella misura in cui un soggetto decide liberamente di partire, in quanto anche l’opzione di non partire è espressione della libertà della persona e scelta non meno nobile della prima. E chi parte dovrebbe essere messo nelle condizioni di tornare a casa.

La risoluzione della problematica sconta fondamentalmente l’esistenza di giganteschi interessi economici globali, per cui si è deciso di retrocedere la persona umana a merce di scambio o a mero fattore produttivo da attrarre nel proprio paese offrendo condizioni sociali e servizi di walfare migliori. Così si è innescata anche una specie di competizione tra gli Stati nell’attrarre sì i migranti, ma quelli “qualificati”, cioè con un bagaglio di conoscenze e professionalità confacenti agli interessi della produzione. E gli altri? Sono semplicemente trattati nella sostanza come scarti dell’esistenza, senza terra e continuamente in cammino per non si sa esattamente dove. E drammaticamente si riscopre l’opportunismo degli uomini che decidono di sfruttare altre persone come merce da compravendere. In questa dimensione la persona, concetto in cui è insito quello di dignità, il bene laico più sacro che vi sia, è ridotta a mero individuo.

Carmen Yáñez, Migrazioni

Spesso si accusa di razzismo chi afferma di voler aiutare i migranti “a casa loro”, ma in questo non vi è nulla di discriminatorio fino a quanto l’aiuto nella creazione di condizioni minime di vivibilità in paesi ad oggi martoriati sia reale. Se così non è, quelle parole assumono un significato diverso, cioè quello di voler relegare degli esseri umani nei ghetti del mondo, in modo che non possano metterci nella condizione di dover fare i conti con le nostre coscienze.

Le età e le motivazioni cambiano ma il radicale dolore della separazione forzata con le proprie origini rimane immutato, e questo dovrebbe portarci tutti a riconsiderare il tema anche sotto la luce di chi non vuole andarsene. Solo tenendo sempre a fuoco questa dimensione si può cogliere il senso della poesia di Yáñez, senza considerarla come un mero lamento di ciò che sta avvenendo, ma al contrario una forte presa di posizione per il legittimo ritorno a casa.

Pierfrancesco De Felice per MIfacciodiCultura

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