Vita e film di Ugo Tognazzi, nel segno del supremo «diritto alla cazzata»

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Se dovessimo fare una graduatoria, cosa che abbiamo detto più volte essere sostanzialmente insensata, saremmo portati a dire che si trattava del meno espressivo di quegli ideali Fab Four della commedia italiana (o Five, con l’inserimento a posteriori di Marcello Mastroianni): ma non è difficile, e quindi non probante, essere un po’ meno espressivo di Alberto Sordi, Nino Manfredi, Vittorio Gassman, dal che non ci poniamo domande oziose e celebriamo rimpiangendolo Ugo Tognazzi (Cremona, 23 marzo 1922 – Roma, 27 ottobre 1990).

Gassman e Tognazzi, acerrimi rivali ne In nome del popolo italiano

Attore, regista e sceneggiatore: potremmo iniziare così, con questa sacra trimurti di definizioni “lavorative”, che portò Ugo Tognazzi a vincere di tutto un po’, dal David di Donatello per tre volte al Nastro d’Argento (4) fino al Festival di Cannes (per La tragedia di un uomo ridicolo, di Bernardo Bertolucci). Ma probabilmente quest’attore cremonese che trovò una dimensione ad interpretare personaggi emiliani, avrebbe preferito venir definito con un’altra triade di ruoli definitori, buongustaio, goliardo e seduttore: per nulla penalizzato da una fisicità da cumenda, fisico non slanciato e baffo impiegatizio, Ugo Tognazzi ebbe giustificata fama di tombeur de femmes, forte di un fascino scanzonato che trasportò pari pari sullo schermo. Erano tempi in cui la personalità, il carattere, a patto di averne uno (eh, Bob?) facevano parte del bagaglio dell’attore e ne caratterizzavano (appunto) la carriera: da qui, la passione, anche emiliano-romagnola, per il cibo, in qualità e quantità. Tanto che Tognazzi scrisse di ricette, certo (L’abbuffone), ma soprattutto tanto che il cibo ritorna prepotentemente nella sua filmografia, in primis con il clamorosamente scandaloso e censurato La grande abbuffata di Marco Ferreri; ma anche con film senza dubbio minori, in cui realizzava una sorta di esposizione teoretica della dualità archetipica cibo/sesso: pensiamo a Dove vai in vacanza? in cui si coniuga la passione per Stefania Sandrelli e per la tavola imbandita, nell’episodio diretto da Mauro Bolognini – niente a che vedere con la Grande Abbuffata che realizza un altro trittico, unendo a cibo ed eros il classico thanatos.

Amore, morte e cibo, La Grande abbuffata

Scena indimenticabile legata al cibo anche per il conte Mascetti, una delle poche maschere indossata in carriera da Tognazzi: in Amici Miei di Mario Monicelli, dove tra una supercazzola e l’altra il decaduto nobile trova modo di essere umiliato dal figlio del Perozzi che commenta il “rinforzino” di «nove olive di numero» ad una cena di due uova per tre persone con una sincerità crudele e raggelante. Sono innumerevoli le scene entrate nell’immaginario collettivo e nel frasario di questa Italia disastrata e decaduta tanto quanto il conte Mascetti, derivanti dalla serie di Amici Miei (anche qui una trilogia, non teniamo conto dell’Atto IV): e qui abbiamo il campione della goliardia, nella filmografia di Tognazzi e in quella italiana di tutti i tempi. Anche qui, in ossequi all’indole di Tognazzi, che si era distinto per la secchezza e la ferocia della sua satira fin dai tempi della collaborazione televisiva con Raimondo Vianello, i quali erano riusciti a far chiudere la trasmissione Un due tre e a far licenziare il direttore della sede RAI di Milano per uno sketch su Gronchi.

Un po’ alla Orson Welles, sulla scorta di Specchio Segreto di Nanni Loy ed anticipando casualmente il dramma di Enzo Tortora, nel 1979 Ugo Tognazzi prese anche parte ad una mega bufala burlesca, venendo “arrestato” come capo delle Brigate Rosse, e successivamente, fece scalpore in un’intervista con Pippo Baudo parlando di Toni Negri, legalizzazione della cannabis e della prostituzione.

La goliardia di Ugo Tognazzi, in definitiva, era tutt’altro che fine a sé stessa, al netto della innegabile vis comica prettamente visiva che pure gli veniva dai tempi degli esorti con Vianello: in Tognazzi è presente una forte tensione alla critica sociale, nella fattispecie alla struttura conformista e borghese. Lo vediamo appunto nella Grande Abbuffata, ma anche nell’esemplare In nome del popolo italiano di Dino Risi, che aggiunge un occhio cinico e totalmente disincantato sui mali endemici dell’indole italica.

Il conte Mascetti impegnato nella supercazzola al vigile, è Amici Miei

È singolare, forse, che verso la fine Ugo Tognazzi finì preda del male oscuro, e che tale sorte egli condivise proprio con quel Gassman di cui era il feroce antagonista proprio ne In nome del popolo italiano: Ugo Tognazzi, comunque, ci diede anche teatro, da Pirandello a Moliére, ci ha lasciato Maria Sole (regista), Gianmarco e Ricky (attori) e molto altro. Ma può bastare così, altrimenti rischieremmo di diventare proprio troppo seri, malinconici come la fine del conte Mascetti: e non andrebbe assolutamente bene, ricordare in tal modo il papà delle zingarate, un amico nostro che visse rivendicando sempre il «diritto alla cazzata».

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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