“Da duemila anni”, l’ascesa del nazismo romeno si rilegge nell’oggi europeo

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Viene da chiedersi se non sia una sottile forma di ironia mista ad umorismo yiddish, il fatto che uno dei primi segnali concreti di fascismo (e di antisemitismo) cui parla il protagonista avvenga non solo all’Università, in via di trasformazione da luogo del sapere in quello della discriminazione (gli assalti, le botte, i picchetti per non fare entrare gli studenti ebrei in aula), ma specificatamente nelle aule del corso di Diritto Civile. E così si apre Da duemila anni (Fazi editore, pp. 288), romanzo dello scrittore romeno Mihail Sebastian (1907-1945):

Se piango, sono perso. Sono ancora abbastanza lucido da capirlo. Se piango, sono perso. Se è necessario, stringi i pugni, imbecille, pensa di essere un eroe, prega Dio, ripetiti che sei figlio di un popolo di martiri, sì, sì, dittelo pure, sbatti la testa contro il muro, ma se vuoi riuscire a guardarti ancora negli occhi e se non vuoi che ti cada la faccia dalla vergogna, non piangere. Ti chiedo solo questo: non piangere.

 

La copertina del romanzo pubblicato da Fazi

Forse non lo sappiamo, ma pure questo è amore, per usare le parole di Stranamore di Roberto Vecchioni, che ad ogni pugno che arrivava dritto sulla testa non riusciva ad avere sufficiente paura a dire basta: e di amore ce n’è tanto, in Da duemila anni, diario di un ebreo romeno sotto il montante nazismo, di cui vediamo tutti i sintomi come un insetto preso nella tela vede avvicinarsi il ragno. Ma se questa forma di resistenza è amore, la realtà che va decodificata è satura di odio, e rispecchia una società in disfacimento in cui una basilare indifferenza si trasforma in persecuzione.

Avendo struttura di diario, non ha senso parlare di trama: assistiamo invece all’espandersi dell’odio antisemita a partire dal 1923, anno della pubblicazione in Romania del falso documentale del Protocolli dei Savi di Sion, fino al 1933 quando ormai il clima è del tutto irrespirabile; lo sviluppo avviene attraverso una narrazione riferita di fatti e dialoghi. Emblematica la posizione di Mircea Vieru, che essendo a capo di un progetto per lo sfruttamento di una zona petrolifera nel villaggio di Uioara afferma che

Non è possibile sopportare un milione e ottocentomila ebrei. Se dipendesse da me, cercherei di eliminarne alcune centinaia di migliaia. C’è uno spirito ebraico irritante da cui devo difendermi. Nella stampa, nella finanza, nell’esercito, dappertutto percepisco la sua oppressione.

Un rittratto di Mihail Sebastian

Sebastian, che collabora con Vieru al progetto, si trova a fronteggiare un muro fatto di reazioni viscerali a sensazioni destituite di ogni fondamento e sostanzialmente di fake news ante litteram.

Da duemila anni, è, in sostanza, una testimonianza vivida e un monito nello stesso tempo: alla radice della violenza nazionalista c’è una fondamentale aggressività, una basilare ignoranza e una gratificata stupidità:

Temo adesso che sia giunto il tempo degli sciocchi. Anzi non lo temo affatto. Ne sono compiaciuto. Perché ho potuto vedere cosa sia riuscita a fare e dove ci abbia condotti l’intelligenza.

La lotta di Sebastian, quindi, è anche contro amarezza e malinconia: lui amico di Cioran e Ionescu, giornalista e commediografo, da protagonista della vita culturale romena si ritrova a vivere in una baraccopoli, privato della tessera di giornalista e della propria attività di avvocato. Nondimeno, gli rimangono estranei il sionismo ed il concetto dell’assimilazione ebraico in un qualsivoglia contesto nazionale: quello che aleggia permanentemente su tutto il libro è uno spirito cosmopolita limpido, destinato sostanzialmente a perdersi in favore della mancanza di orizzonti, chiusi dal nazionalismo più becero.

Del tutto non riassumibile, Da duemila anni è quindi un documento storico, redatto in forma elegante e vivida, ed al contempo una recherche (Sebastian amava Proust, e si vede) non tanto del tempo perduto, ma del senso in via di smarrimento, del senso di un’epoca che il senso ed il senno pare aver smarrito, quasi come un corpo malato ha, in un certo senso, smarrito la salute. In questo senso, Da duemila anni è di un’attualità raggelante, a fronte dei venti di disuguaglianza e di colpevolizzazione degli innocenti e degli ultimi che spirano come un costante buran sul suolo europeo. Se il romanzo d’oltreoceano ci ammonisce costantemente ad esempio con Steinbeck («La gente comoda nelle case asciutte provò dapprima compassione, poi disgusto, infine odio per la gente affamata», Furore) circa la comparsa dei sintomi, Sebastian ammonisce allo stesso modo anche l’europeo: un’ammonizione che dovremmo ascoltare per evitare di ritrovarci, ancora una volta, davanti ad un cumulo di macerie fumanti e corpi scarnificati.

Emil Cioran

La differenza, però, tra la visione di Furore e quella di Da duemila anni, è fondamentale: Steinbeck ha a che fare con una programmazione sostanzialmente economica e lucida, Mihail Sebastian deve fronteggiare, e ce la illustra mirabilmente, una patologia psichiatrica collettiva: «Sono pazzi davvero – incalza il maestro – ma devi fare i conti con la loro pazzia».

Per evitare di dover fare tali conti, è opportuno leggere anche Mihail Sebastian.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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