Mark Wallinger al Centro Pecci: indagini sull’Io sociale e arte

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Da Sigmund Freud in poi si è ufficialmente aperto un filone di studi circa l’identità: le azioni di ogni essere umano non sono totalmente consce, ma retaggi antichi, inconsapevoli e dettate dalla società. Da qui la riflessione pirandelliana sulle maschere che ognuno indossa, giacché per ogni contesto, consapevolmente o meno, vengono adottati comportamenti diversi. Ma dunque, qual è l’identità di ognuno? Si potrebbe dire che questa è una delle domande che Mark Wallinger, artista inglese, si pone concretizzando le sue ricerche nelle opere, a cui il Centro Pecci dedica la prima mostra personale italiana dal 24 febbraio al 3 giugno, dal titolo Mark Wallinger Mark.

Passport control

Self Portrait è un esempio della sua ricerca ed è una serie di tele non ancora conclusa, in cui l’artista rappresenta la lettera I (Io in inglese) in varie forme: nell’impossibilità di rappresentarsi in toto, sceglie la forma linguistica, come a denunciare l’irriducibilità pittorica della propria figura.

id Painting (la lettera i di id va minuscola) è un’altra serie: stavolta si tratta di grandi tele – l’altezza corrisponde all’ampiezza delle braccia spalancate dell’artista – in cui Wallinger compie movimenti speculari con cui, come ha detto Mark stesso: «[…] sono passato dal “dipingere l’Io” al “Io dipingo”». L’id  infatti è, secondo Freud, quella parte istintuale ed animalesca fonte di tutta l’energia psichica: in questa performance l’artista condensa se stesso, pensando allo stesso tempo sia all’uomo vitruviano sia ai disegni usati per il test di Roscharch. Effettivamente in ognuno di questi dipinti lo spettatore è portato ad interpretare le proprie connessioni psicologiche e quelle dell’artista.

L’indagine sull’Io però non si ferma a quello psicologico, ma si espande anche all’identità sociale: in Threshold to the Kingdom, video ripreso all’uscita del gate di un aeroporto, l’identità analizzata è quella concessa dalle autorità statali e la differenza tra terre di nessuno e terra di nazione non è che una linea arbitraria – in questo caso il confine tra la zona franca aeroportuale e il suolo ufficiale. La proiezione è accompagnata dal Miserere di Gregorio Allegri, ad aumentare il parallelismo di un’accettata cittadinanza con un rito sacro. Anche Passport Control esamina lo stesso concetto, ma in maniera differente poiché si tratta di una serie di fotografie da passaporto in cui Wallinger stesso ha scarabocchiato diversi tratti stereotipati di diverse etnie (sikh, musulmano etc), in questa serie dunque l’oggetto di ricerca non è l’identità in sé, ma l’identità codificata dalle male lingue.

Come corollario a queste due opere si potrebbe indicare Ecce Homo, statua iperrealistica che nel 1999 fu messa sul quarto plinto di Trafalgar Square, in cui vengono messe ciclicamente opere d’arte contemporanea. Il titolo rimanda alle rappresentazioni sacre di Cristo deriso dalla folla. Effettivamente l’uomo da cui è stato ricavato il calco – non è una scultura marmorea, bensì vetroresina marmorizzata – è vestito con solo un panno intorno alla vita e del filo spinato in testa, versione moderna della corona di spine. Fiona Bradley, direttrice della Fruitmarket Gallery di Edimburgo, ha detto riguardo l’opera: «Se il Cristo della Bibbia è contemporaneamente Dio e uomo, quello di Wallinger è doppiamente umano, trattandosi di una scultura il cui pressante realismo agisce su di noi con l’inquietante verimiglianza del perturbante». Questa è l’immagine di qualsiasi persona perseguitata per questioni di religione, di etnia e quant’altro; secondo l’artista ci dovrebbe spingere ad affrontare le nostre responsabilità: «la democrazia riguarda il diritto delle minoranze alla libertà d’espressione, non quello della maggioranza a vessare ed emarginare», scrive l’artista.

Ecce Homo, 1999-2000

Mark Wallinger si propone dunque come una personalità artistica ironica, sempre in cerca di svelare le fallacie linguistiche – ama i giochi di parole, lo stesso titolo della mostra ne è uno, poiché to mark significa anche marcare – e sociali che ne conseguono, potenzialmente quindi la mostra è promettente. C’è un ma: le uniche spiegazioni date al fruitore sono raccolte in un depliant, che per sua natura non può contenere molto testo; questa sembra essere un neo costante nelle mostre organizzate al Centro Pecci, neo che dovrebbe essere rimosso vista la vocazione didattica che ha un’istituzione del genere.

Da segnalare infine che oltre alla mostra su Wallinger, è in corso anche quella sulla collezione del Centro, inclusa nello stesso biglietto: per chi ha visto la mostra precedente non sarà una novità, poiché molte delle opere esposte erano infatti già presenti, ma per chi invece non l’avesse ancora fatto, si appresti a farlo, nonostante le spieghe a muro ma comunque risicate (giustificate parzialmente dal fatto che sono contenute svariate ricerche artistiche), la collezione è comunque molto interessante da vedere, coprendo un vasto arco temporale in cui l’arte si è nuovamente espansa in varie discipline.

Mark Wallinger Mark
Centro Pecci, Prato.
Dal 24 febbraio al 3 giugno.

Alex D’Alise per MIfacciodiCultura

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