Marcello Dudovich: solo un cartellonista o un artista a tutti gli effetti?

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Marcello Dudovich

Forse non sono in molti a conoscerlo, eppure è colui che ha dato un impulso imprescindibile a un mondo che fa prepotentemente parte delle nostre vite: parliamo di Marcello Dudovich, uno dei padri del cartellonismo pubblicitario italiano. Definirlo semplicemente cartellonista è però a dir poco riduttivo. Quest’appellativo sta stretto ad un uomo così poliedrico, ma in molti hanno negato che egli meritasse di essere chiamato artista ed altri ancora non lo vorrebbero neppure dichiarare pittore, ma più semplicemente illustratore o decoratore. Quest’equivoco nasce dal fatto che la sua produzione artistica è sempre stata al servizio di grandi aziende che richiedevano di essere pubblicizzate (Campari, La Rinascente, Pirelli e Bugatti, per citarne solo alcune) e che quindi la sua fosse, secondo qualcuno, un’arte prettamente subordinata alle logiche del commercio e del consumo, dunque non degna di essere chiamata tale. Eppure si trattava semplicemente di una nuova tipologia di committenza, che aveva un ruolo non troppo diverso rispetto a quelle del passato. Nonostante ciò, a lungo si è dibattuto sul poter considerare o meno Dudovich un pittore, e dunque un artista, a tutti gli effetti.

Dudovich nasce il 21 marzo 1878 a Trieste, ma ben presto la carriera lo porta a viaggiare per l’Italia e per l’Europa: si trasferisce a Milano, dove fioriscono numerose le industrie a cui può prestare la sua arte, poi a Bologna, dove conosce sua moglie Elisa, poi di nuovo a Milano.

Fondamentale è il momento in cui viene chiamato a Monaco di Baviera ed entra in contatto con gli artisti della secessione viennese. Per un lungo periodo saranno infatti evidenti nelle sue opere l’influenza e l’impulso di quest’esperienza, durante la quale riceve una formazione sia accademica, grazie alla frequentazione di Franz von Stuk, sia antiaccademica, palesata nel suo netto verismo di sapore tedesco.

Sebbene le fasi delle sue creazioni artistiche siano costellate da diversi periodi, in cui ci è possibile scorgere i diversi stili con cui è venuto a contatto, l’elemento fondamentale che rimane costante è l’allegria della secessione viennese. Essa farà parte delle sue opere in maniera inscindibile, anche perché la tristezza non è pubblicitaria, mentre la felicità e i sentimenti positivi sono propri del cartellonismo. Ma, al di là delle esigenze dettate dal tipo di committenza con cui Dudovich aveva che fare, egli era un personaggio che già di per sé apprezzava il bel vivere rifiutando tassativamente il dolore e tutto questo si riflette in maniera speculare nel suo modo di fare arte.

Col passare del tempo rimane sempre fedele al suo manierato realismo, utilizzando però gli stilemi del Liberty vivificati dalla tensione lineare dello Judgenstil, in particolare dal punto di vista decorativo: egli riesce così a creare un’unione sinergica da cui nasce, appunto, la cosiddetta scuola di Dudovich.

Anche i soggetti che rappresenta nelle sue opere cambiano col tempo, in base alle esperienze di vita e al periodo storico in cui vive. Egli ha però sempre dimostrato un profondo amore e una sincera ammirazione per la figura umana, in particolare quella femminile. Le donne sono state muse ispiratrici della maggior parte delle sue opere: ne rappresentava la bellezza, ne sublimava le forme, ne esaltava la grazia e l’eleganza. Esse vengono dipinte in pose impeccabili e raffinate, vestite accuratamente e distese in morbidi divani, adornate con cappelli, ombrelli o gioielli, ma anche in spiaggia con costumi da bagnanti. Le sue opere erano lo specchio della vita agiata e spensierata della Belle Époque e in un certo senso esprimevano l’ideale di donna elegante e raffinata del tempo.

Egli rappresentò diverse figure femminili, ma molte di esse mostrano dei tratti riconducibili a quelli della moglie Elisa, della sua amante Lia, o di una certa Rosa, che si suppone essere la famosa donna dai colori rosso fuoco, diventata immagine del celebre Liquore Strega.

Durante il periodo fascista, che inibisce le sue opere a causa dei limiti imposti dalla propaganda, Dudovich soggiorna in Libia, dove trova profonde ispirazioni che ravvivano la sua creatività offuscata dal regime e dagli eventi bellici. Dopo la morte della moglie e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, però, egli pone fine all’attività cartellonistica. Marcello Dudovich si spegne il 31 marzo 1962 a Milano, dove è commemorato da una sepoltura monumentale.

Nonostante le controversie causate dal fatto che la sua non fosse un’arte fine a sé stessa, ma mossa da uno scopo commerciale, Dudovich dimostrò ampiamente di essere un artista a tutti gli effetti, che merita di essere equiparato ai pittori puri, per così dire, della sua epoca.

Adele Pittorru per MIfacciodiCultura

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