“Habemus hominem”: il talento di Jago al Museo Bilotti di Roma

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Habemus Hominem è il nome della mostra con la quale Jago (al secolo Jacopo Cardillo) si presenta al grande pubblico romano. Inaugurata il 16 febbraio scorso e aperta al pubblico fino al 2 aprile al Museo Bilotti, presso l’aranciera di Villa Borghese, habemus hominem non è solo il biglietto da visita dello scultore ciociaro, ma costituisce in effetti una vera e propria dichiarazione di intenti.

Face-Lock

Jago è un artista dei nostri tempi. Questa verità si riflette in maniera evidente nel suo stile e nel suo lavoro, nel quale la tecnologia, ad esempio, assume un ruolo chiave, configurandosi ora come canale diffusivo della propria arte, ora come elemento integrante dell’opera stessa.

Tecnologia e social. Un binomio che l’artista scandaglia con la profondità di uno sguardo che riesce a inquadrarne, con estrema sensibilità, luci ed ombre. Fortemente simbolica e rappresentativa, a riguardo, la scultura Face-lock, nella quale un ragazzo fissa lo schermo del suo smartphone senza aver coscienza di essere letteralmente imprigionato in una morsa. Non è un caso che, quest’ultima, assuma la forma e le sembianze della lettera “f” inequivocabile simbolo del social-network più famoso al mondo, Facebook.

Ma il tema dell’alienazione, non è l’unico argomento sui cui Jago riflette costantemente. Un altro elemento che emerge chiaro, infatti, nell’opera dell’artista di Anagni è senz’altro quello di conciliare la contemporaneità della sperimentazione con l’esigenza di guardare al passato, non come a uno spazio in cui rifugiarsi, ma piuttosto come una radice culturale, senza la quale non esisterebbe il presente.

Questa dicotomia, che in Jago diventa connubio e sintesi di una narrazione “dell’oggi”, viene molto ben interpretata ed espressa dalle sapienti parole di Maria Teresa Benedetti, curatrice della mostra, la quale ha dichiarato quanto segue:

Rilevavo come le note contrastanti di una giovane personalità potessero ritenersi complementari, testimoniando esigenze sperimentali, ma anche l’attrazione per singolari esempi del passato. Passato inteso come storia, valore attuale, mondo ideale in cui l’artista si realizza, e non evasione dal tempo in una condizione di inattualità.

Apparato circolatorio

Una della caratteristiche che più affascina di Jago però è sicuramente la sua grande capacità di saper trasformare in pelle la nuda roccia. I sassi di fiume, ritenuti lo scarto del marmo, vengono lavorati con una tale tecnica e bravura da riuscire a scardinare l’apparente staticità del minerale, al quale Jago dona anzitutto un’anima.

Nel primo, lungo corridoio della mostra, all’interno del museo Bilotti, costituisce un esempio emblematico l’opera Apparato circolatorio: una serie di cuori di ceramica in cui il sangue viene pompato da una proiezione figurata di una decina di prospettive diverse, fino a giungere a un’idea e a una sensazione potente di vita. Quel vibrare costante e quell’innesco di sangue e muscoli in contrazione non sono ovvi, in essi non vi è nulla di scontato. Perché, come un alito divino, è proprio l’arte, e quindi la scultura, a donare un’anima agli oggetti che in precedenza ne erano privi. E questa sorta di miracolo si traduce in una realtà tangibile e udibile, frutto anche dell’integrazione con le installazioni audiovisive poste a corredo dell’opera: il rimbombo costante e le scariche dei i battiti atriali, sono innescati da una forza vitale che solo l’arte sa instillare.

Habemus Homnem

Suggestiva è anche l’opera Memoria di sé, che mantiene vivo il filo conduttore sullo studio e l’analisi del presente, senza mai dimenticare le proprie radici, la strada che si è percorsa prima di arrivare dove siamo. In quest’opera uno Jago bambino compare nella mente di uno Jago maturo, l’uomo che mantiene presente a se stesso chi è e dove sta andando.

Ma l’opera che più di tutte colpisce, forse anche per il forte contrasto tra l’immagine rappresentata e le sembianze assunte dal soggetto, è quella che da il nome alla mostra. Habemus Hominem è una scultura rappresentante le sembianze di papa Benedetto XVI. Inizialmente l’opera raffigurava il pontefice nelle sue vesti religiose, secondo i canoni tradizionali, successivamente alla notizia della sua auto-destituzione dal ruolo sacro che gli era stato concesso dalla curia, emerse per l’artista la necessità di connotare l’opera di un nuovo significato. Jago afferrò martello e scalpello, e cominciò a rilavorare la scultura, denudandola, esteriormente, e  facendone emergere, in senso figurato, la vera natura dell’essere umano: il papa era tornato ad essere “uomo in mezzo agli uomini”.

La vicenda dell’auto-esclusione del Pontefice dal suo ruolo sacrale ha richiesto una revisione: l’immagine oggi risulta spogliata, denudata, il volto sorride con inedita dolcezza, il corpo emaciato fa emergere l’umanità creaturale di chi è tornato ad essere uomo. […] una metamorfosi dolorosa ma necessaria.

M.T. Benedetti

Habemus Hominem
A cura di Maria Teresa Benedetti
Museo Bilotti, Roma
Dal 16 febbraio al 2 aprile 2018

Stefano Mauro per MIfacciodiCultura

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