Ilaria Alpi – 24 anni dopo, una verità ancora da scrivere

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Chissà oggi cosa farebbe Ilaria Alpi, quante inchieste avrebbe portato avanti se non fosse stata assassinata oramai 24 anni fa mentre faceva il suo lavoro, quello di giornalista, a Mogadiscio, in Somalia, il 20 marzo del 1994. Ilaria, giovane promessa del giornalismo italiano ed internazionale, è stata uccisa insieme al collega Miran Hrovatin, cineoperatore, mentre indagava su un presunto traffico illecito di armi e di rifiuti tossici in Somalia, fatto che avrebbe visto complici anche i servizi segreti italiani e alte istituzioni del nostro paese.

Ilaria Alpi - 23 anni dopo, una verità ancora da scrivere
Ilaria Alpi

Giuliana Sgrena, all’indomani dell’uccisione di un altro giornalista italiano, Vittorio Arrigoni, si chiedeva a gran voce dalle pagine del Manifesto «Perché si deve morire per dire la verità?» e questa domanda ci rimbomba nella testa ogni volta che pensiamo ad Ilaria e Miran, a Vittorio, a Maria Grazia, a Enzo, e con loro tutti gli altri giornalisti uccisi mentre – e perché – facevano il proprio lavoro.

Ilaria Alpi era nata il 24 maggio 1961 a Roma, e nella sua vita ha sempre fatto la giornalista: prima con Paese Sera e L’Unità, poi passando in Rai, aveva fatto della frase «l’unico dovere del giornalista è scrivere quello che vede» di Anna Politkovskaja la sua massima, e la metteva in pratica in ogni servizio e in ogni inchiesta giornalistica. Era già stata in Somalia come inviata del TG3, al seguito della missione delle Nazioni Unite Restore Hope, per cercare di stabilizzare il territorio dopo lo scoppio di una tremenda guerra civile – ancora in corso dopo 26 anni: era un territorio che conosceva bene.

Barricate, copertoni bruciati, di nuovo gente armata un po’ ovunque. A Mogadiscio sud ogni parvenza di ordine si è persa.

Queste le parole di Ilaria nel suo ultimo servizio per il TG3, quel marzo del 1994, in quella Somalia dove era tornata per la settima volta per un servizio all’apparenza semplice – il rientro del contingente italiano impegnato nella missione umanitaria dell’ONU – e che lei stessa aveva definito “quasi una vacanza” al telefono con sua madre poche ore prima di venire uccisa.

Ilaria Alpi - 23 anni dopo, una verità ancora da scrivere
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin

Perché Ilaria e Miran, in Somalia, stavano seguendo e indagando anche su un’altra pista, ben più scottante, una storia iniziata sulle coste della Yugoslavia che li aveva portati nel paese africano per fare chiarezza: quello che avevano scoperto era un traffico di rifiuti tossici e armi tra Usa e Somalia, con la complicità delle autorità italiane. Una verità troppo scomoda per venire alla luce, che avrebbe screditato non solo gli Stati Uniti – che prove sempre più schiaccianti vedono come artefici di un ingente traffico di armi, utilizzate prima nella guerra nell’ex Yugoslavia e poi nei conflitti che incendiavano il corno d’Africa – ma anche la stessa Italia, donatrice proprio di quelle navi che trasportavano armi e rifiuti tossici radioattivi nel paese africano.

Per questo, quella mattina del 20 marzo 1994, Ilaria e Miran sono stati brutalmente uccisi a colpi di kalashnikov in un agguato, mentre ritornavano nel loro hotel in centro a Mogadiscio, dove dovevano trasmettere i contenuti di un’intervista fatta nel pomeriggio, quella al “sultano di Bosaso”, Abdullahi Moussa Bogor, al corrente degli stretti rapporti intrattenuti da autorità italiane e il governo dell’ex dittatore somalo Siad Barre. Inutile dire che il taccuino, inseparabile compagno, su cui Ilaria aveva trascritto l’intervista sia misteriosamente scomparso, e che i nastri su cui Miran Hrovatin aveva filmato l’incontro si siano inspiegabilmente danneggiati durante il rimpatrio delle salme.

Del loro assassinio si è detto tanto – tentativo di rapina o di sequestro trasformatosi in tragedia, vendetta per la presenza italiana in territorio somalo, addirittura una inverosimile fuga d’amore – fuorché la verità, verità che Ilaria e Miran hanno cercato di raccontare a costo della loro vita. Verità che non è emersa neppure dopo otto processi e quattro commissioni parlamentari, che come unico risultato hanno prodotto l’ingiusta incarcerazione di Hashi Omar Hassan, cittadino somalo e unico condannato per gli omicidi, che ha scontato 17 anni di carcere prima che gli venisse riconosciuta la sua innocenza – peraltro già sostenuta dalla famiglia Alpi.

Ilaria Alpi - 23 anni dopo, una verità ancora da scrivere
Ilaria Alpi

L’anno scorso la Procura di Roma ha aperto l’ennesimo fascicolo sul caso degli omicidi Alpi-Hrovatin, ma dopo così tanti anni le possibilità di avere, finalmente, la verità appaiono flebili. La docufiction di Rai3 Ilaria Alpi – L’ultimo viaggio cerca però di ricostruire l’ultima inchiesta di Ilaria, ora che molti documenti sono stati de-secretati e sono state acquisite nuove testimonianze: cosa hanno cercato di insabbiare gli agenti del Sismi? Più che teorie complottiste, queste sono domande lecite che gli avvocati della famiglia Alpi chiedono da anni, a maggior ragione dato che anche Vincenzo Li Causi, agente del Sismi che in Somalia indagava sul traffico di armi e scorie nucleari, principale informatore di Ilaria Alpi, venne assassinato pochi mesi prima dei due giornalisti.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sono morti dal caldo, quel 20 marzo a Mogadiscio. No, loro sono morti mentre facevano il loro lavoro, mentre scavavano alla ricerca della verità, il cuore stesso della professione del giornalista: «descrivere quello che succede a chi non può vederlo».

Di Ilaria e Miran non hanno voluto lasciarci la cosa più importante, la verità, e dunque cosa rimane? Servizi vecchi, ingialliti dal tempo, ma non solo: ci rimane l’esempio di una giornalista, una professionista, un donna che, occhiali scuri e viso struccato, ha creduto fino alla fine in quello che faceva, nell’importanza del suo lavoro. Un esempio che niente e nessuno potrà mai distruggere, infangare o insabbiare.

Margherita Scalisi per MIfacciodiCultura

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