Fenomenologia (ed estetica) di Instagram, social da 800 milioni di utenti

0 800

Per quanto sia difficile immaginare un mondo senza il filtro Valencia, le foto dal formato quadrato e i selfie con le orecchie da cane, un tempo era proprio così. Fino a quando Kevin Systom e Mike Krieger non hanno lanciato, il 16 luglio 2010, Instagram, la piattaforma che, sette anni dopo, avrebbe accolto 800 milioni di utenti. 800 milioni di persone che si barcamenano tra un selfie con l’hashtag #nomakeup, ma che non ha disdegnato il ritocchino di Photoshop o Facetune, scatti di pasti esteticamente più curati del fondotinta di Silvio Berlusconi, foto in vacanza dove si è perfetti perfettissimi e mai stanchi, nemmeno dopo 12 ore di volo, e palette di colori da seguire rigorosamente per non sbilanciare mai l’aspetto visivo del proprio feed.

È una vera e propria estetica quella che ha creato Instagram. Un galateo di cose da non fare ma, soprattutto, di cose da fare per avere un risultato assicurato: un sacco di like e una presenza virtuale importante. Per piacere, semplicemente. Perché, in fondo, non si riduce tutto a questo: l’insaziabile e irrefrenabile voglia di piacere agli altri? Per come si è o per come si vorrebbe essere poco importa. Tanto c’è un filtro per tutto.

Così come Facebook ha in parte appiattito e omologato le nostre opinioni e il nostro modo di scrivere, tanto da ritrovarci con stati tutti uguali e opinioni copiate e incollate da un cervello all’altro, allo stesso modo Instagram ci suggerisce un’estetica preconfezionata dal successo assicurato. Ma anche dalla noia assicurata. Perché spesso quello che tendiamo (io in primis) a pubblicare sui nostri profili Instagram non solo non corrisponde alla realtà, ma la appiattisce, impedendo di far emergere tutte le sfumature che, anche se non perfette, colorano di interesse le nostre storie.

Il piatto tipico provato a Cracovia, buonissimo, ma che non era abbastanza fotogenico, non in linea con il nostro colour scheme rosa pallido e che, quindi, nessuno nel world wide web purtroppo conoscerà, verrà sostituito dal banalissimo avocado toast che trovi ovunque e che fa sempre la sua bella figura, con quel verde brillante complementare al cipria e l’invisibile scritta: sono-in-forma-come-una-modella-di-victoria’s-secret. Condivideremo le foto con amici popolari che in realtà amici non sono, ma hanno un sacco di followers, e gli scatti di serate pessime ma che diremo sempre essere state #top, perché nella nostra vita perfetta non c’è spazio per nulla che non sia al massimo, o l’instagrammata della tipica sessione di studio o lavoro: visione dall’alto della scrivania, rigorosamente bianca o di marmo, con un Mac schiaffato lì (magari neanche nostro), un orologio sponsorizzato messo un po’ a caso, una Moleskine mai usata e una tazza di caffè macchiato con latte di soia a freddo decaffeinato da produzioni ecobio. E poi tutti sul divano. Perché essere impegnati è il nuovo cool.

InstagramOppure l’esatto opposto: un’identità fatta di foto volutamente sciatte, poco curate, sfocate, come se non ce ne fregasse niente. E invece ci interessa e anche parecchio. Forse un po’ troppo, e sono la prima ad ammetterlo. Il valore di una foto che riteniamo bella, significativa, importante nella nostra storia privata viene rimesso in gioco nell’esatto momento in cui la postiamo. E allora se non riceve abbastanza like non ci piace più. Non ci piacciamo più. Così ci reinventiamo e puntiamo sulle foto super luminose, quelle grunge, fintamente vintage e costruite.

Però questa non vuole essere una critica a Instagram; semmai al nostro modo di utilizzarlo. Perché a me i social network usati responsabilmente e a piccole dosi piacciono parecchio (haters e idioti digitali a parte), lo ammetto. E Instagram vince a mani basse la corona.

Scrolla. Fermati. Metti like. Cuoricino rosso che pulsa. Continua a scrollare. Su e giù con le dita. Ginnastica per le falangi. E, se si vuole, anche per la mente. Perché Instagram, una volta spazzati via i selfie tutti uguali con didascalia tra il poetico e il cattivo ragazzo, gli scatti dell’ultimo look assolutamente Gucci (o OVS che replica il massimalismo gucciano, dipende) perché se no non sei nessuno, e i profili rigorosamente coordinati cromaticamente al limite dell’ossessivo compulsivo, è un grande contenitore di idee. O, almeno, potrebbe tornare ad esserlo. La sua forza estetica lo rende l’applicazione perfetta per la condivisione di arte, racconti e messaggi. Basta solo tanta personalità, quella che non si copia, e vedrete che poi i like arriveranno da soli.

Quindi dico sì a Instagram, perché, selfie a culo di gallina a parte, è ancora un luogo che ha il potere di ispirarci e farci conoscere arte e culture diverse. Molto più di Facebook. E, se non ci credete, date un occhio a questi account:

@recipesforselflove: ricette per l’amore verso stessi. Il nome non potrebbe essere più semplice di così: l’account dell’artista Alison Rachel promuove con le sue illustrazioni la pratica del self love e dell’accettazione. E lo fa con grande talento.

@grandmabetty33: Grandma Betty ha usato la potenza delle foto quadrate per raccontare la sua lotta contro il cancro e strappare un sorriso dalla lingua blu.

@leoleoparis: un iphone, Parigi, un grande occhio per la fotografia: cosa serve di più?

@edgar_artis: per tutti quelli che dicono che la moda è noiosa.

@everydayeducation: Rebecca Crook è un’educatrice che viaggia per il mondo allo scopo di promuovere il diritto all’accesso egualitario all’educazione e le sue storie sono una piccola goccia nel mare.

@creatingconsentculture: Amber Amour ha dato vita alla campagna #StopRapeEducate dopo essere stata violentata dal suo coinquilino, senza ricevere alcun aiuto dalla società. Da quel momento aiuta e supporta le vittime di stupro.

Paola Marzorati per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.