William Gibson: il futuro è cyberpunk. Ed è già qui

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Uno dei libri più importanti di Gibson, “Monna Lisa cyberpunk”

Lottare fino alla morte per accaparrarsi poche briciole di sopravvivenza. Queste poche righe potrebbero tranquillamente essere una descrizione accurata (e già sentita fin troppe volte) della situazione attuale di milioni di persone. Siamo quelli di internet, della società liquida di Baumann, della cecità programmatica e volontaria di Ray Bradbury, e, per arrivare all’argomento di oggi, siamo gli emarginati sognatori di briciole di William Gibson (Conway, South Carolina, 17 marzo 1948). Senza timore di smentita, possiamo dire che Gibson ha avuto il merito di saper immaginare la nostra realtà, fatta di persone virtuali ed inesistenti, di sogni non nostri, di internet come unica fonte di cultura e intrattenimento, all’incirca quarant’anni fa. A lui viene attribuita la nascita del genere cyberpunk, oltre alla paternità vera e propria del termine cyberspazio e la capacità straordinaria, che caratterizza tutti i grandi scrittori, di saper anticipare i tempi. La simulazione fittizia del mondo come unica via per salvarsi dal mondo stesso: questa è una delle principali caratteristiche dei romanzi di Gibson, una realtà virtuale a volte, talmente rarefatta da essere indistinguibile dalla realtà.
Pensiamo al massimo esempio, che a onor del vero è di Philip K. Dick col suo Blade Runner (in realtà Gli androidi sognano pecore elettriche?), oppure all’italiano Nirvana di Salvatores, o anche a Strange Days di Bigelow: tutti esempi di una realtà incerta, umbratile, e comunque talmente dura da doversi chiedere se quella sia davvero possibile chiamarla vita.

Keanu Reeves in “Johnny Mnemonic”

Andando ad approfondire il suo lavoro, analizzando un libro come La notte che bruciammo Chrome (un volume di racconti con cui ha esordito in campo letterario e in cui possiamo trovare Johnny Mnemonic, che agli amanti di Keanu Reeves dovrebbe dire qualcosa) o il romanzo Neuromante, vero manifesto del filone cyberpunk, non possiamo non accorgerci di come Gibson sia riuscito a cogliere il cambiamento che ha preso vita negli ultimi trenta-quarant’anni. Multinazionali che modellano il futuro come bambini dell’asilo che giocano col pongo, hacker informatici che scherzano con i tuoi dati come un comico fa col proprio pubblico e, ultime ma non ultime, tecnologie cibernetiche in grado di sostituirsi così perfettamente all’uomo tanto da sottrargli la sua stessa vita.
I vari Guy Montag, i vari Winston Smith, ci sono anche qui, ma sono sempre persone troppo “reali” in una società ormai fredda e distaccata, che guardano al futuro con l’inguaribile ottimismo di un dodo (per citare il buon Leo Ortolani).

Quello che più colpisce quando ci si immerge nelle letture di William Gibson, è che, fondamentalmente, sia ha la sensazione (magari fosse solo una sensazione) che l’umanità si sia volontariamente buttata in un mare di rinunce collettive. Ci hanno offerto un paio di strade illuminate per l’occasione e le abbiamo imboccate con la spensieratezza di un bonobo in fase d’accoppiamento. Abbiamo scelto Facebook, Twitter, Instagram e speriamo ogni giorno che a qualcuno freghi qualcosa, citando un Mark Renton 2.0. Il problema, tra l’altro, non è mai l’errore nella scelta, semmai è la pigrizia ideologica che ci spinge a proseguire su una strada che porta dritta dritta alla totale perdita di libertà individuale.

William Gibson

Siamo i flash dei telefonini nei concerti, siamo spettacoli teatrali sonnolenti e bugiardi e abbiamo anche il coraggio di lamentarci di una vita noiosa e all’altezza delle aspettative di una lucertola al polo nord. La società sorvegliata di David Lyon si afferma ogni giorno di più, così come, per l’appunto, le idee di un futuro terrificante avute da Gibson si stanno facendo sempre più reali.
La paura di consegnare il cellulare a qualcuno che hanno i protagonisti di Perfetti Sconosciuti: questo siamo diventati.

«Sempre più, mi aspetto sempre meno» scrisse un vecchio porco una volta.
«Amen», rispondiamo noi oggi.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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