I Grandi Classici – “La leggenda del santo bevitore” di Joseph Roth, o la santità della vita inutile

0 2.076

Morta di tubercolosi a soli 24 anni, Thérèse Françoise Marie Martin è meglio nota come santa Teresa di Lisieux o santa Teresina, popolarissima in Francia al punto che la Basilica di Lisieux edificata in suo onore è il secondo luogo di pellegrinaggio di Francia, preceduto solo da Lourdes, e del resto la giovane santa è addirittura patrona dello stato transalpino, seppure in coabitazione con Giovanna d’Arco, dal 1944. Il dato statistico, che sa un po’ di campionato della santità, è necessario per comprendere almeno l’incipit de La leggenda del Santo bevitore, romanzo breve ed a sfondo autobiografico dello scrittore austriaco Joseph Roth.

Joseph Roth

Qualsiasi corso di formazione riguardante l’assistenza alle persone in difficoltà parte da una considerazione: il confine tra una vita ordinata e ordinaria, ed un’esistenza da dropout o clochard è estremamente sottile. Tutti noi camminiamo sul quel crinale stretto di cui parlava Munch, esistenziale o esterno che sia di volta in volta: la perdita della possibilità di sostentarsi, la perdita di un affetto importante e davanti a noi si spalancano le porte dell’ostracismo sociale.

È quanto accadde a Joseph Roth, giornalista di successo la cui moglie finì preda di una malattia mentale di cui lo stesso Roth si incolpò, cosa che lo portò all’alcolismo. È quanto accade ad Andreas Kartak, minatore della Slesia trasferitosi in Francia, dove uccide il marito della sua amante. Dopo due anni di carcere, Andreas si ritrova senza lavoro e senza soldi, a vivere sotto i ponti della Senna un’esistenza senza scopo, totalmente alla giornata. È qui che incontra un uomo che gli “presta” duecento franchi, ponendo come condizione alla loro restituzione il semplice fatto che Andreas li porti in una chiesa destinandoli al culto della piccola santa Teresa di Liseux. La scelta di Teresa di Lisieux non è casuale: quella della santa è definita come teologia della “piccola via” e sostanzialmente consiste nel proposito di ricercare la santità non nelle grandi azioni ma negli atti quotidiani, anche insignificanti, a condizione di compierli per amore di Dio. Da qui, si innesca una serie di piccoli, grandi miracoli, che portano Andreas quasi ad riemergere, come santo e bevitore, dal gorgo in cui è sprofondato, quasi a saldare il suo debito con la piccola santa, quasi a riaggrapparsi all’orlo della vita.

Impegnato a bere, Andreas interpretato da Rutger Hauer nel film di Ermanno Olmi del 1988

La leggenda del Santo bevitore è, ovviamente, la storia di quei “quasi”: ricorda Il piccolo campo di Erskine Caldwell nel suo succedersi di eccezioni alla teoricamente rigida morale di Andreas, che trova sempre una circostanza o una motivazione per posticipare la consegna del denaro alla santa, così come i contadini di Caldwell trovavano sempre modo e motivo per spostare la collocazione del lembo di terra dedicato al Signore, teoricamente inamovibile. La similitudine è accentuata dal fatto che in entrambi i casi i protagonisti sono al margine economico e culturale: in fondo, per gli eroi di Caldwell e Steinbeck parliamo della Generazione Perduta, ma la Nuova oggettività di Roth non è poi molto diversa, se pensiamo che la sua opera si innesta comunque intorno ad una perdita generazionale, essendo stato Roth definito come cantore della finis Austriae, ossia della dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico.

Ma qual è il tema di fondo di questo breve e densissimo romanzo (nemmeno 60 pagine)? La leggenda del Santo bevitore è uno sguardo disilluso sulla decadenza malinconica di un illuso, sullo sfondo affrescato dell’insensatezza della vita  e delle sue convenzioni. «Si avviò verso la giornata, verso una delle sue giornate che da tempi immemorabili era abituato a sprecare» è la considerazione che accompagna da parte del narratore onnisciente l’incipit della storia. Potremmo dire che quella che accompagna Andreas, come il personaggio di Otis Redding seduto sui dock della baia, è una consapevole depressione, che attanaglia ogni momento del giorno, con brevi sprazzi di insensato orgoglio e dignità esclusivamente formali. La depressione è facilmente diagnosticabile, al protagonista de La leggenda del Santo bevitore, che ha in comune col conte Dracula e con tutti i depressi l’avversione per gli specchi (odio al quale aderiamo totalmente):

Allo stesso tempo comprese anche perché negli ultimi anni avesse tanto temuto gli specchi. Non era infatti un bene vedere il riflesso del proprio volto. E finché non si era costretti a guardarlo, era quasi come non averlo, il volto, o avere ancora quello vecchio, quello che proveniva dall’epoca prima del degrado.

Da sinistra, due grandi scrittori austriaci, Zweig e Roth

All’angoscia, Andreas non riesce a porre rimedio: neppure quando ha delle donne con chi consolarsi assieme al Pernod (davanti a loro si distese la sera sfolgorante di Parigi, e non sapevano che farsene, proprio come accade alle persone che non hanno nulla in comune e si sono incontrate per caso), nemmeno quando torna la donna per la quel aveva ucciso e provato la galera (fu nuovamente sopraffatto dall’angoscia che tanto spesso aveva avvertito anni prima, all’epoca in cui viveva con Karoline).

È ben singolare, e indice del sicuro valore di La leggenda del Santo bevitore, che una trama così esile e uno sviluppo così contenuti possano dar luogo ad una trasposizione cinematografica come quella che nel 1988 Ermanno Olmi trasse dal romanzo, con un ottimo Rutger Hauer nel panni di Andreas. D’altronde, il tono a più tratti fiabesco del testo, dovuto al susseguirsi di questa imprevedibilità dei miracoli che accadono ad Andreas, non deve mai trarre in inganno circa la vastità dell’angoscia esistenziale che veicola, racchiusa nel finale:

Possa Dio concedere a noi tutti, a noi bevitori, una morte tanto lieve e tanto bella!

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.