Adriano a Cielo Aperto: l’arte partecipata capace di creare valore sociale

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Logo de "LaCittàIntorno"
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L’arte partecipata, come può notare chiunque si affacci sul mondo dell’estetica contemporanea, è una delle più note declinazioni attuali della produzione artistica globale. Questo grazie anche alla sua potenzialità intrinseca di creazione di valore sociale mediante performance collettive, attuate secondo diverse modalità: l’utilizzo del corpo, il co-working pittorico o l’utilizzo della lingua e del suo rapporto col mondo. Ed è il caso di Adriano a Cielo Apertoun progetto capace di portare senso di comunità e promozione territoriale a un luogo peculiare di Milano: il Quartiere Adriano.

Seguendo il Naviglio della Martesana si arriva in questo quartiere periferico della città metropolitana, un tempo parte del Comune di Crescenzago e inglobato da Milano nel 1923. Ma la Storia contemporanea di quest’area cominciò negli anni Novanta, quando la cosiddetta “rigenerazione urbana” delle zone periferiche delle città si fece strada qui come in tante altre periferie italiane, con esiti però ambivalenti. La costruzione massiccia di nuovi edifici residenziali e i cantieri incompiuti divennero infatti il simbolo della degenerazione di un’opportunità di creazione di valore pubblico per la comunità locale in mera speculazione edilizia, capace invece solamente di sfavorire il dialogo tra le diverse realtà etniche che abitano la zona.

Il Quartiere Adriano (Milano)
Il Quartiere Adriano (Milano)

Ed è in questo solco problematico che l’arte partecipata interviene per rispondere al bisogno dei cittadini di comunità, per mezzo di due grandi organizzazioni non profit: la Fondazione Cariplo e l’agenzia di trasformazione culturale cheFare, con il programma LaCittàIntorno (attuazione nazionale del percorso internazionale di rigenerazione socioculturale delle periferie Civic Media Art). Adriano a Cielo Aperto è nato ovviamente con molti dubbi, date le conseguenze dirette sulla società di un intervento artistico del genere, motivo per cui il team di lavoro si è ispirato apertamente al modello olandese. Infatti da decenni i Paesi Bassi provano a superare i confini tradizionali tra arte, architettura e design promuovendo progetti di arte partecipata, mediante centri sperimentali gestiti da associazioni e fondazioni locali con il sostegno finanziario del Governo (si pensi al V2 di Rotterdam) o delle grandi imprese for profit nazionali. Si vanno così a formare veri e propri laboratori di attività culturale e dibattito sociale, capaci di creare valore di legame tra gli abitanti locali: l’arte partecipata diventa in questo modo uno strumento virtuoso e non coercitivo di politica pubblica finalizzata a rafforzare la coesione sociale. Ecco perché cheFare ha scelto per l’ideazione di Adriano a Cielo Aperto una figura come Kevin van Braak, artista olandese che da anni lavora su una ridefinizione dell’arte partecipata contro le vecchie performance “imposte dall’alto”: un’arte incentrata su un processo collettivo di libera creatività. Ad accompagnarlo nei lavori è Ivan Carozzi, scrittore e giornalista per Linus che conosce bene le dinamiche di questa periferia e dei suoi abitanti. Un presupposto antropologico fondamentale per avviare un dialogo con la comunità e sfruttarne appieno le potenzialità, con un anno di dibattiti e workshop in loco tra l’inizio del 2017 e febbraio 2018.

Uno degli striscioni esposti nel quartiere
Adriano a Cielo Aperto – Uno degli striscioni esposti nel quartiere

Il risultato è stato un insieme di striscioni appesi sui vari edifici del Quartiere, capaci di riferire l’essenza della vita locale con stili e frasi all’apparenza stranianti, contraddistinti da un bianco e nero molto minimale che risalta immediatamente sui colori tetri della periferia e da una polifonia autentica nei contenuti, tracce della lingua locale, che trascende ogni idioma nazionale. E allora ecco frasi come «Vorrei sentire la tromba di Miles Davis alla fermata dell’autobus», «Se non ti sporchi, non ti puoi pulire» e «Il quartiere deve essere più unito. Punto». E l’incredibile è che la necessità di un attivo co-working nella realizzazione di tutto questo ha portato veramente a un rafforzamento delle relazioni sociali e della fiducia, nonché aver favorito più consapevolezza sulla bellezza popolare del Quartiere e sulla sua esistenza, smuovendo dal centro storico molti studenti universitari e visitatori, che in preda alla curiosità hanno cominciato a fotografare le varie scritte creando un vero e proprio trend social.

Se ci si chiede dunque a che cosa possa servire un progetto di arte partecipata in periferia, la risposta è che in quel particolare contesto contingente, parte di una grande realtà metropolitana fuori dal “mainstream” del centro storico, l’arte può interrogare le difficoltà e potenzialità del luogo stesso, facendole emergere al pubblico. Sia per gli abitanti locali, sia per tutti gli altri.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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