Il sequestro di Aldo Moro: il fuoco dell’ellisse politica

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Il 16 marzo 1978 un commando di terroristi delle Brigate Rosse assalta l’auto su cui il Segretario della Democrazia Cristiana e cinque volte Presidente del Consiglio Aldo Moro viaggiava. L’episodio, noto come agguato di via Fani, causò la morte dei cinque uomini che costituivano la scorta e il sequestro del Segretario.

A questo evento seguirono 55 giorni di detenzione in una situazione di tensione estrema in cui si susseguirono dichiarazioni, dibattiti politici riguardo alla possibilità di negoziare o meno coi sequestratori, telefonate, pubblicazioni di messaggi da parte delle Brigate Rosse e azioni delle forze (contornate da numerosi errori e false piste) dell’ordine a non finire. Lo Stato, allora rappresentato da Giovanni Leone alla Presidenza della Repubblica e da Giulio Andreotti alla Presidenza del Consiglio, non si piegò. Il prezzo fu la vita del 61enne politico e accademico pugliese, ritrovato il 9 maggio in via Caetani, a Roma, nel bagagliaio dell’ormai celeberrima Renault 4 rossa.

Via Fani e via Caetani sono diventati luoghi che suonano familiari nelle orecchie anche dei non romani, ed è proprio su quest’ultima strada che è interessante soffermarsi. Il luogo del ritrovamento non è casuale: il corpo di Moro fu posizionato a metà strada fra Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, storica sede del Partito Comunista Italiano.

Oggigiorno esiste un problema “anagrafico” per quanto riguarda il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro: le generazioni che non l’hanno vissuto direttamente, raramente colgono la portata dell’evento e si rendono conto che tutto ciò che conosciamo a livello politico e istituzionale, in quei 55 giorni fu a un soffio dal crollare. Fra le centinaia di dichiarazioni che in quei due mesi vennero sfornate, una di quelle che più rende l’idea del pericolo corso fu quella di Enrico Berlinguer (Segretario del PCI) che parlò del rischio di una guerra civile.

Nel contesto storico degli anni di piombo, delle manifestazioni giovanili, del terrorismo nero e rosso, della guerra fredda e delle tensioni internazionali Moro, per quanto fermamente democristiano, aveva capito che l’unica soluzione per trovare un equilibrio politico in Italia era il riavvicinamento con la sinistra. Ma non la sinistra con cui Moro trattava già dai primi anni Sessanta, coi governi di centro-sinistra con appoggio esterno del Partito Socialista Italiano (PSI). Questa volta la fazione in questione era quella ancora più a sinistra, quella esclusa dal governo 30 anni: quella del PCI, che all’epoca stava per raggiungere la DC nella percentuale di consensi; attestandosi solo 4 punti alle sue spalle (38% contro 34% circa).

Con la politica di graduale riavvicinamento fra le due forze politiche, nota come compromesso storico, Aldo Moro cercò di avvicinare forzosamente i due “fuochi dell’ellisse politica” italiana, DC e PCI, che, come due magneti con la stessa polarità, non riuscivano ad avvicinarsi. Nel 1978 i due poli antagonisti però sembravano farsi sempre più vicini e il loro approssimarsi era sempre più soggetto a tensioni, critiche e paure.

Da un lato le tensioni e i contrasti interni rischiavano di far scindere i partiti (evento molto più raro e clamoroso nella Prima Repubblica rispetto alle scissioni cadenzate alle quali la Seconda Repubblica ci ha abituato) e dall’altro questi movimenti politici preoccupavano le onnipresenti superpotenze: USA e URSS. Gli americani già nel 1973 avevano dimostrato di non gradire, per usare un eufemismo, componenti rosse nei governi dei paesi di loro influenza e i sovietici, da parte loro, non vedevano di buon occhio questo tentativo di emancipazione del Partito Comunista dalla direzione moscovita.

Alla fine di questo crescendo di tensioni e in mezzo a questa fantomatica “ellisse politica” italiana, strattonata a destra e a manca si trovava proprio Aldo Moro, che pagò con la vita il suo tentativo di manovra politica.

La verità sul caso Moro non è mai venuta a galla e ormai è impossibile trovare delle risposte definitive alle mille domande che ancora si affollano. Nelle centinaia di migliaia di pagine, contenute in 310 faldoni dei processi sul caso Moro le questioni aperte sono talmente tante che per elencarle non basterebbe un libro: perché ci furono così tanti depistaggi? Chi erano i due uomini mai identificati che presero parte all’agguato di via Fani? CIA, Israele, mafie e P2 ebbero veramente un ruolo in tutto questo? Se sì, quale? Che ruolo giocò l’estrema destra?

E ancora mille ipotesi e piste che vanno da sedute spiritiche che rivelano il nome di una località, ad intermediari ebrei romani che furono sul punto di salvare Moro dal suo triste destino. Come già detto, le acque della verità ormai sono troppo inquinate da dubbi, congetture, falsità e leggende. Non per questo però bisogna stroncare la nostra sete di risposte.

L’importante è non fossilizzarsi sulle facili soluzioni complottiste e pensare che il tutto sia stato eterodiretto da un unico agente esterno. La storia ci insegna che protagonisti, comparse, attori, registi e trame sono sempre molti, ciascuno con un suo scopo e una sua logica. Sta ad ognuno di noi cercare una risposta a ciascuna delle queste domande irrisolte.

Francesco Carucci per MIfacciodiCultura

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