Diritti civili: il cinema cileno prova ad allungare il passo con “Una mujer fantástica”

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Una mujer fantástica
Sebastian Lelio

Una mujer fantástica (Una donna fantastica) del regista cileno Sebastian Lelio è fresco di premiazione, avendo vinto l’Oscar come miglior film straniero lo scorso 4 marzo. Presentato al Festival di Berlino 2017, descrive la condizione problematica di una donna trans, ma è soprattutto è un film sull’amore come sentimento assoluto. A produrlo è stato Pablo Larrain con la casa di produzione Fabula, creata per sostenere i registi indipendenti. Larrain, navigato filmmaker, ha indagato a lungo la realtà cilena post-golpe e Sebastian Lelio ha compiuto un percorso artistico simile, scegliendo di raccontare storie di persone che vivono sulla loro pelle il pregiudizio sociale. Nel film Gloria del 2013, per esempio, interpretato da Paulina Garcia, ha descritto lo scabroso tema della sessualità in età avanzata: Gloria, divorziata sessantenne, non si piega alla decadenza fisica e prova a riprendersi il tempo che le resta da vivere.

In Una mujer fantástica la musa ispiratrice è Daniela Vega Hernandez che offre alla protagonista, Marina Vidal, un volto scolpito da una bellezza primigenia. Le riprese, effettuate durante quella che l’attrice definisce la sua “transizione” verso il femminile, sono impregnate dell’attesa di un cambiamento sociale e personale non scontato. Sebastian Lelio racconta infatti una società cilena in evoluzione, in cui permangono sacche di ostilità verso chi è diverso e l’amore non è sufficiente come lasciapassare. La storia tra Marina e Orlando (nel film Francisco Reyes) ci viene incontro con le inquadrature che li mostrano felici mentre ballano e progettano un viaggio all’estero. Il malore di Orlando, la corsa in ospedale, la fuga di Marina, che teme di essere accusata della sua morte, lasciano trapelare il segreto. È contenuto nel documento che il poliziotto verifica scoprendo che le generalità dichiarate, ovvero di essere Marina Vidal, sono errate. Il suo vero nome è Daniel e con quel nome il poliziotto la chiama con insistenza, provando a trattenere senza motivo la tessera. La burocrazia attende al varco Marina (giovane cameriera e aspirante cantante) per sgretolare la coppia costruita con Orlando. A parte Gabo (Luis Gnecco), fratello di Orlando che la difende, è un susseguirsi di minacce per tenere fuori la sua perversione dal contesto delle persone per bene. L’ex moglie di Orlando, forte del legame matrimoniale, chiede la restituzione della macchina e i documenti mentre il figlio di Orlando s’impossessa dell’appartamento e pretende perfino Diabla, il cane a cui Marina è legatissima. Non basta, organizza una spedizione punitiva a bordo di un potente Suv per darle una lezione.

Le sequenze, sottolineate dalla fotografia di B. Echazarreta e dalle musiche  di M. Herbert, scorrono su spazi urbani anonimi, segnando il tempo della discesa agli inferi di Marina, stordita dal dolore. Il clou della vicenda arriva quando un’ispettrice di polizia costringe Marina, durante una visita medica, a farsi fotografare in pose segnaletiche. L’ordine di scoprire i genitali, ovvero l’organo maschile, è volto ad umiliare la sua nuova identità. Marina si scuote dal torpore catatonico che rischia di annientarla, simile ad un’Antigone latinoamericana afferma il diritto a stringere la mano di Orlando, prima che sia cremato.

Chi si aspetta da Daniela Vega un trucco pesante o scene di sesso al limite resterà deluso. Marina nel film è la normalità contrapposta alla morbosità di chi è avido di dettagli su una relazione incomprensibile. Una mujer fantástica segna un passo avanti sul tema dei diritti civili della comunità LGBT cilena e non solo. Daniela Vega la notte degli Oscar è stata accusata di essere un uomo e quindi poco credibile in un ruolo femminile, ma le parole non sempre sono legate al sesso di appartenenza e lo stesso vale per i sentimenti. Ci si augura ora che il film non diventi un’iconica bandiera dell’orgoglio omosessuale, sarebbe riduttivo. Sebastian Lelio, opportunamente, non ha fatto discorsi, si è limitato a sorridere e ad alzare la statuetta, l’Oscar vinto parla chiaro.

Maria Rosaria Porcaro per MIfacciodiCultura

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