Diane Arbus e l’inconsueto: fotografia e ricerca della propria deformità

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Diane Arbus e l'inconsueto: fotografia e ricerca della propria deformità
Autoritratto allo specchio (New York, 1945)

La mostruosità anatomica sembra mettere in discussione l’armonia della natura. Eppure il mostro non è l’eccezione alla regola, ma parte integrante di essa: la natura non fa eccezioni. Il fatto di rivolgere lo sguardo verso la deformazione anatomica o sociale, cercando di far affiorare i segreti di tale anomalia, per molti fotografi è diventato un orizzonte di senso per esplorare la propria deformità in quella altrui, quella diversità che si insinua sotto la pelle e sotto la patina impeccabile della maschera sociale. Così fu per Diane Arbus, nata a New York il 14 marzo 1923 e scomparsa tragicamente a Greenwich Village il 26 luglio 1971.

A Diane Arbus, nata Diane Nemerov, figlia di una ricca famiglia ebrea di New York, la critica ha cucito addosso l’etichetta di fotografa dei mostri. Nella sua fotografia non c’è speranza di riscatto, ma solo testimonianza. Non è una critica alla società dell’apparenza e dell’uniformità, ma partecipazione ad altri modi di stare al mondo. La partecipazione di una donna, prima che di un’artista, che si sentiva profondamente sbagliata e fuori posto, impaurita da se stessa e dal potere devastante del pregiudizio.

Fotografare l’anomalia, per Diane Arbus, significava ammettere di non sentirsi parte di qualcosa e di sentirsi sommersa dalla vita. Era una lotta con se stessa e non con il mondo. Una rivoluzione personale, una ricerca di salvezza paragonabile a quella di Francesca Woodman, che, spero, a 57 anni dalla sua morte, Diane abbia trovato in un’altra dimensione.

Diane Arbus e l'inconsueto: fotografia e ricerca della propria deformità
Jack Dracula in un bar (Connecticut, 1961)

La fotografia per Diane Arbus fu un atto di emancipazione e di ribellione nei confronti del sogno americano. Dopo aver imparato ad essere moglie di Allan Arbus e madre di due figlie, a 38 anni decise di dedicarsi completamente alla fotografia, mettendo a nudo il lato più vulnerabile di se stessa, la propria unicità come persona.

Cercò di respirare il suo essere a pieni polmoni, di spiccare il volo con un gesto estremo di libertà. L’arte della fotografia, vissuta in solitudine dopo il divorzio dal marito nel 1969, fu per Diane come respirare il fuoco, terribilmente dolorosa nel momento in cui si rese conto di poter affermare e tramandare potenzialmente in eterno la propria esistenza e la propria interpretazione della realtà.

Ci mise anni per superare la timidezza e, da donna artista, fotografare ciò che desiderava. Guardò decine di volte Freaks, film del 1932. Al grido di «Gobble, gobble! Gobble, gobble! L’accettiamo! L’accettiamo» cercò di accettare il fatto di sentirsi mostruosamente viva e frequentò locali di personaggi bizzarri, sosia di personaggi famosi, travestiti, giganti, nani, disabili chiusi negli istituti di cura, prostitute, nudisti. Correndo incontro ad ogni sorta di mostruosità, non si limitò a documentare la stranezza, ma ci si immerse pienamente, instaurando con i suoi soggetti un rapporto di amicizia e complicità che traspare dai suoi scatti.

Diane Arbus e l'inconsueto: fotografia e ricerca della propria deformità
Bambino con granata giocattolo a Central Park (New York, 1962)

Per Diane non fu facile nemmeno essere accettata dai diversi, ma nel momento in cui riuscì a superare la loro diffidenza non li abbandonò mai, fotografandoli anche a distanza di anni.

Diane doveva essere una donna dolcissima, ma, appunto, era una donna, e per giunta con strani interessi e un’ossessione per l’inconsueto. Fotografò ogni genere di bizzarria senza la malizia del voyeur, con la consapevolezza delle bellezza della diversità e della meraviglia di sentirsi liberi, di vivere senza filtri il proprio corpo e la propria sessualità.

Nonostante le difficoltà e gli ostacoli nelle pubblicazioni, nel 1963 ottenne il suo primo riconoscimento: una borsa di studio dalla Fondazione Guggenheim. Il MoMA di New York comprò ed espose alcune sue fotografie e il pubblico disgustato reagì con sdegno, sputando sulle sue opere, sulla complicità che lei, con fatica, aveva instaurato con i suoi soggetti. Iniziò ad insegnare fotografia, conquistando la stima degli studenti con il suo metodo diretto, non manualistico.

Gemelle (New Jersey, 1967)

Diane Arbus venne risucchiata dal suo sogno, la depressione la trascinò verso il disinteresse per l’arte. E per Diane l’arte era la vita. Una donna travolta dalla libertà, dal successo improvviso, dalla morbosità di chi nell’arte cerca il macabro per poi sputarci sopra e nella vita gode delle umiliazioni subite dai deformi costretti a ballare come scimmie. Il ritratto fotografico era la proiezione delle proprie ossessioni, una ricerca sfiancante del suo doppio che si concluse con il suicidio, il 26 luglio 1971. Diane era così sola al mondo, così isolata nella sua sofferenza, da essere ritrovata solo qualche giorno dopo.

Una ricerca fotografica randagia, un’allegoria in cui convivono eccentricità e banalità, la sottile relazione tra essere e apparire, teatro e realtà, una richiesta di coraggio: l’arte di Diane Arbus fu tutto questo. Non cercò necessariamente la bellezza, ma la comprensione, la smorfia, lo scintillio degli occhi e il brivido della mano di chi vive ai margini.

Nessuna realtà oggettiva, solo un’impronta su una pellicola fotografica di quel caos che è l’animo umano.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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