“Tre manifesti a Ebbing, Missouri”: il vero vincitore mancato agli Oscar

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Tre manifesti a EbbingTre manifesti a Ebbing, Missouri è l’ultimo film scritto e diretto da Martin McDonagh, con una superba Frances McDormand nel ruolo di protagonista (interpretazione che le è valso il premio Oscar lo scorso 4 marzo). Un film con un cast eccezionale che fa sicuramente della bravura dei suoi attori il suo punto forte e che è già entrato fortemente nell’immaginario collettivo, con i suoi tre manifesti dallo sfondo rosso e le sue lapidarie sentenze, le stesse che irrompono a inizio film rompendo la tranquillità di una deserta strada americana: Raped while dying and still no arrest? How come, chief Willoughby?

Mildred Haynes è una madre che ha visto sua figlia morire in un modo barbaro, ma ne ha fatto del suo dolore una corazza con la quale scontrarsi con una comunità chiusa, arretrata e ipocrita. Una comunità rappresentata da Willoughby (Woody Harrelson), il classico poliziotto bianco che tante volte abbiamo visto nei film americani ma che qui non diventa affatto una macchietta, ma uno stereotipo che McDonagh spoglia man mano del suo involucro per lasciarlo alla fine nella sua vera essenza, una natura diversa da quello che lo spettatore poteva immaginare. Una natura sofferente, empatica, fragile, impotente e piena d’amore. Lo stesso procedimento di scrittura avviene con il personaggio di Sam Rockwell (anche lui vincitore della statuetta d’oro per questo ruolo),  colui che il regista sceglie di rappresentare come un fantoccio ridicolo e matrice dei toni dark comedy che assume la storia, ma che alla fine sarà colui che sbroglierà i nodi della vicenda, mostrando coraggio e sacrificio.

Martin McDonagh per Tre manifesti a Ebbing, Missouri si è chiaramente ispirato al cinema dei fratelli Coen, omaggiandoli con l’ria dark e l’aria di pungente ironia che circonda i suoi protagonisti. La pellicola ha chiari riferimenti a Fargo ma resta solida nella sua personalissima identità, nel suo modo di rappresentare questi personaggi che sono emarginati, diversi. Ciascuno di loro con le loro caratteristiche, ma irrimediabilmente distrutti dall’interno e rinchiusi nella loro bolla. Basti pensare al volto di Frances McDormand, che non piange quasi mai e il suo volto a fatica lascia trapelare un’emozione, né triste, né di forza. Un volto di pietra che agisce spinta dalla sua sete ossessiva di giustizia. Insomma, non la classica “mamma coraggio”, ma un personaggio che difficilmente vedremo di nuovo sullo schermo, pieno di difetti come dimostra la scena della cena con il nano del paese, interpretato qui da Peter Dinklage.

Tre manifesti a EbbingNonostante il tema delicato, Tre manifesti a Ebbing, Missouri riesce ad essere scorrevole grazie alla bravura di McDonagh nel saper unire il dramma al sarcasmo e non annoia un solo istante. È un film con un certo anticlimax, dove il dramma si consuma realmente a inizio e metà film, per poi lasciare il posto a un finale più leggero e lieto di quel che lo spettatore possa immaginarsi. È un film dalla straordinaria linearità, mai sopra le righe, sempre coerente. Un vero capolavoro di scrittura. Ed è il motivo per cui avrebbe meritato il riconoscimento per il miglior film agli Oscar (solo Phantom Thread di Paul Thomas Anderson era un suo degno rivale).

La scena più bella del film? Il suicidio di Willoughby: una morte improvvisa diventa un inno alla vita, con una bellissima lettera che il personaggio affida a sua moglie prima di lasciarla per sempre. Un momento in cui nessuno può non emozionarsi.

Carmen Palma per MIfacciodiCultura

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