Steno e l’intuizione geniale del “Neorealismo comico”

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Steno con i figli Carlo ed Enrico, oggi registi

Stefano Vanzina, meglio noto come Steno (Roma, 19 gennaio 1917 – Roma, 13 marzo 1988), non è stato solo un regista ma un vero e proprio innovatore del cinema italiano, inserendosi nel contesto del Neorealismo ma donandogli un tocco di comicità.

Costretto a rendersi indipendente giovanissimo dopo la morte del padre, Steno, soprannome che si scelse per omaggiare la scrittrice Flavia Steno, che apprezzava anche se poco nota, non tralasciò le sue passioni nonostante il bisogno di lavorare. Infatti il suo amore per il fumetto lo portò ad entrare nella redazione del giornale Marc’ Aurelio, frequentata anche da Marcello Marchesi e Federico Fellini. Grazie a queste conoscenze, inizia ad appassionarsi quindi ad entrare nel mondo del cinema, conoscendone le dinamiche e gli stili.

Un americano a Roma

Siamo nel Dopoguerra quando il Neorealismo pervade il cinema italiano e Steno ne prende i tratti salienti e lo rielabora con uno stile personale: vi aggiunge la comicità, che diviene un formidabile strumento d’indagine sociale. Molti dei suoi film, diretti nel decennio ’50-’60, raccontano l’impresa difficile di ricostruire l’Italia uscita dalla guerra e lo fanno attraverso le maschere irridenti di Totò, Aldo Fabrizi e altri attori divenuti beniamini del pubblico, che in loro si rispecchiava.
A differenza di altri registi, Steno ebbe del cinema una visione corale, per cui strinse sodalizi lavorativi fruttuosi e duraturi per esempio con Mario Monicelli, con cui firmò molte sceneggiature famose, e con attori del calibro di Totò, Alberto Sordi, Gigi Proietti, Diego Abatantuono. Pur utilizzandoli per connotare vizi e difetti non gli negò mai dignità artistica, sottraendoli al grottesco, un genere che non apparteneva al suo cinema.

Bud Spencer

Il primo film importante di Steno fu Guardie e ladri del 1951. Nel cast: Totò, Aldo Fabrizi, Carlo Giuffrè, Mario Castellani, Rossana Podestà, Ave Ninchi e un giovanissimo Carlo delle Piane. Più che un film, risulta quasi uno spaccato sociologico e urbanistico, dove i palazzoni di periferia in costruzione fanno da sfondo ai problemi della sopravvivenza, uguali per le guardie e per i ladri. Il neorealismo di questo film traspare sia negli ambienti che nel taglio introspettivo e nel linguaggio, farcito di una comicità amara e disincantata.

Steno inizierà a girare un film dietro l’altro: Totò e i re di Roma, Totò a colori, L’uomo, la bestia e la virtù, Un giorno in pretura, I tartassati e molte altre pellicole che lo eleggeranno regista di punta della commedia comica all’italiana.

Non sempre però il cammino è agevole per il nostro. Quando con Totò girò L’uomo, la bestia e la virtù, tratto da una commedia di Pirandello, gli eredi del commediografo siciliano chiesero e ottennero il ritiro del film, giudicando Totò inadeguato. Soddisfazioni e riconoscimenti giunsero però con Alberto Sordi, che rappresentò sullo schermo il desiderio di evadere da una realtà stretta mediante l’imitazione del sogno americano: nel 1954 Steno gira l’ormai pellicola cult Un americano a Roma. Ancora più cult è divenuta la scena del corpo a corpo tra l’attore romano e il piatto di spaghetti: «Maccarone, m’hai provocato e io ti distruggo adesso, maccarone! Io me te magno…!»

Totò e Fabrizi

Seguirono anni di lavoro intenso durante i quali Steno creò  nuove coppie di comici: Tognazzi e Vianello, Franchi e Ingrassia e scoprì nuovi personaggi come Jonny Dorelli, Lando Buzzanca, Ornella Muti. Accanto all’attività cinematografica continuò quella di documentazione e ricerca e da ciò nacque La polizia ringrazia del 1971, firmato con il vero nome del regista. Questa scelta fu motivata dal fatto di non voler utilizzare lo pseudonimo, usato per i film comici, per un soggetto tragico, separando i due generi. In questo film Enrico Maria Salerno e Mariangela Melato delineano una storia inquietante e presaga di alcune vicende italiane successive: l’integerrimo commissario Bertone è alle prese con un’organizzazione che vuole creare disordini per sovvertire lo Stato. Messo sotto inchiesta, tradito e poi ucciso, Bertone non sarà morto invano, poiché il suo successore continuerà l’inchiesta.
Dopo questo film d’impegno sociale, Steno sorprende ancora, girando nel 1976 Febbre da cavallo, con Gigi Proietti ed Enrico Montesano. Un film ambientato nel mondo delle corse e delle scommesse, ricco di gag esilaranti e trovate ad effetto, che avrà molte imitazioni, creando a suo modo un genere.
La novità assoluta, il poliziesco all’italiana, da Steno definito “poliziottesco”, arriva però con i quattro episodi di Piedone lo sbirro (1973) interpretato da Bud Spencer: colonna sonora, personaggio e battute entrano nel linguaggio corrente.

Steno

Il suo ultimo film sarà Animali metropolitani, girato nel 1987, uscirà dopo la sua morte e verrà ritirato per mancanza di spettatori. Nonostante ciò, è un film da segnalare per l’interpretazione di Ninetto Davoli, nel ruolo del vigile Scorcelletti, e per  la trama, che parla di un ipotetico 2300  in cui il pianeta è dominato da scimmioni. Ribaltando la teoria darwiniana, le scimmie risultano essere eredi degli uomini, che hanno cominciato ad abbrutirsi alla fine degli anni ’80. Preceduto da Bonnie and Clyde all’italiana, Mani di fata e La patata bollente, è un manifesto contro il deterioramento  sociale  che avanza.

Dopo la sua morte, tutto il materiale cinematografico di Steno e le sue annotazioni sono stati inventariati: si è scoperto per caso un quaderno d’appunti che è stato quindi nel 1993 dall’editore Sellerio di Palermo, intitolato Sotto le stelle del ’44. Un diario futile. In esso Steno racconta che, nell’estate del ’44, una sera mentre stata rincasando pensava agli autori stranieri che stava leggendo, fino a poco tempo prima proibiti. E quella serie il cielo gli sembrò più stellato.

Maria Rosaria Porcaro per MIfacciodiCultura

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