La fotografia personale e sincera di Vivian Maier in mostra a Bologna

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Una grande scoperta è stata Vivian Maier (New York, 1° febbraio 1926 – Chicago, 21 aprile 2009) nella mostra a lei dedicata all’interno di Palazzo Pallavicini a Bologna. E in questo caso è più che lecita la parola “scoperta” dal momento che le sue fotografie, ancora non sviluppate, sono state trovate casualmente all’interno di un box comprato ad un asta nel 2007. Prima di questa data nessuno, o almeno il grande pubblico, conosceva Vivian Maier. Nata a New York nel 1926, si appassionò fin da piccola di fotografia, passione che la accompagnò per l’intera vita e iniziò molto presto a praticare durante i suoi viaggi in Francia (terra d’origine della madre) e attorno al mondo, ma anche nella semplicità della sua quotidiana routine di bambinaia (lavoro che svolse per quarant’anni). Vivian morì nel 2009 senza che il fortunato scopritore di tutte le sue foto, John Maloof, potesse incontrarla.

Salito un monumentale scalone, dove vediamo dapprima il grande manifesto della Maier e successivamente statue di divinità greche, entriamo nel vivo della mostra e di Palazzo Pallavicini Vivian Maier. La fotografa ritrovata. Le stanze si snodano tra affreschi e stucchi variopinti sulle volte e negli angoli le fotografie in bianco e nero si stagliano definite da quel fondale proveniente da un tempo antico. Le fotografie che ritraggono scene di vita quotidiana emergono per contrasto dall’ambiente circostante che trasuda di mitologia: gli dei dall’altezza del loro lucernario guardano giù i mortali e il loro continuo e quotidiano incedere nelle fatiche e nella lotta giornaliera per la vita. La Maier si dedica a catturare momenti e gesti particolari, seppur quotidiani, che gli capitano attorno ed a riportarli con uno sguardo volto semplicemente alla scoperta di un microcosmo. Sembra che il suo interesse sia guidato da una volontà di indagine di alcuni fenomeni (in particolare bambini e il loro rapporto con gli adulti o i poveri e i dimessi) attraverso l’uso della macchina fotografica: un metodo per scoprire una verità che solitamente è nascosta alla vista e si rivela solo in momenti fuggevoli di bellezza nella vita semplice. O forse più semplicemente sull’atto stesso del fotografare come se fosse di per sé una via che si sentiva chiamata a calcare.

Fotografava persone, scene di strada, oggetti, paesaggi… Si percepisce chiaramente che a volte l’oggetto dell’immagine trascendeva totalmente un qualsiasi discorso fotografico e si focalizzava solo sull’immagine stessa, senza soggetto né trama.

Da una spiegazione della mostra

Sicuramente la Maier intraprende, grazie alla fotografia, un lungo viaggio alla scoperta di sé stessa testimoniato passo passo dall’interminabile e ostinata serie di autoritratti da lei compiuti:

Ne realizzò infiniti, tanti quanto erano le possibilità di scoprire sé stessa […] si approfittava infatti in maniera sorprendente dei riflessi e degli elementi che incontrava nella vita di tutti i giorni per realizzare fantastiche composizioni in cui incorporava la sua figura.

Da una spiegazione della mostra

Questa pervicace volontà di raffigurarsi sfruttava, in maniera sempre nuova, l’utilizzo di vari tipi di specchi, sia naturali che artificiali, come se l’inclinazione di questi o lo scenario attorno a lei modificasse la stessa percezione di sé. Ma l’interesse per l’indagine della propria persona è impresso anche in innumeri sue fotografie dove una parte di lei, dalle sembianze di ombra o riflesso, è presente come vestigia e traccia indelebile del proprio percorso fatto. Queste immagini quindi non rappresentano solo differenti oggetti ma anche e soprattutto diverse modulazioni del suo io.

Gli scatti di questa grande fotografa sono arrivati fino a noi probabilmente anche per il fatto che non sia stata la volontà della stessa Vivian a volerle rendere pubbliche, poiché ci parlano di un intimo e veritiero sguardo sul mondo di una persona che, nel guardarlo, vede anche sé stessa riflessa e parte di esso.

Vivian Maier. La fotografa ritrovata
A cura di Anne Morin
Palazzo Pallavicini, Bologna
Dal 3 marzo al 27 maggio 2018

Stefano Brusco per MIfacciodicultura

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