Gli interessi commerciali e lo pseudo-femminismo dietro LISA e Freeda

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Forte componente grafica, colori fluo, social cards, gif animate, video e Instagram Stories: questi sono i pilastri su cui si basa LISA, il nuovo progetto social only ideato da Condé Nast, editore di Vogue Italia, Vanity Fair e simili, che è subito stato paragonato a Freeda.

LISA è l’acronimo di Love Inspire Share Advise e il suo obiettivo è, cito Marco Formento, «celebrare la generazione più interconnessa, colta ed espressiva di sempre», ma, a differenza di altri progetti editoriali affidati a giornalisti, i portavoce di questa generazione sono gli influencer usciti dalla Social Academy.

Per il target del suo pubblico, la modalità social only (Facebook e Instagram per il momento) e l’utilizzo di Instant Articles, è subito scattato il paragone con Freeda, progetto sviluppato un anno fa da Digital Media che vanta 1,2 milioni di seguaci.

Ma Francesca Airoldi ha difeso l’originalità di LISA dicendo che «ha un tono di voce completamente diverso, più scanzonato e “fashionista”, senza una chiave di femminismo».

Per lo meno ha avuto l’onestà di non attribuire intenti femministi ad un progetto editoriale che pone come problematiche cardine i cosmetici, la moda e le celebrity e che si presenta con un video promozionale talmente carico di stereotipi da risultare fastidioso.

Publié par LISA sur lundi 19 février 2018

D’altra parte è apertamente dichiarato l’obiettivo pubblicitario di LISA, dal momento che le proposte commerciali sono «basate sulla possibilità da parte degli investitori di avere un dialogo privilegiato con le millennials». In sostanza per avere un numero elevato di seguaci su Facebook e Instagram l’unico modo è pagare per essere sponsorizzati e non si tratta di qualche decina di euro, ma di costi direttamente proporzionali al numero di seguaci della pagina. Questo vuol dire che servono fondi, tantissimi fondi, ed è qui che entrano in gioco gli investitori.

Freeda, Emma Watson

I marchi che finanziano LISA contribuiscono alla creazione di un bacino di possibili acquirenti corrispondenti ad un target preciso all’interno del quale promuovere il proprio marchio. Questa impostazione commerciale, sensata all’interno di un progetto come LISA che ha l’umiltà di non voler essere più di quello che è, ovvero la versione social di una rivista patinata, è la stessa che sta alle spalle anche di Freeda, dove però le ambizioni sono ben maggiori.

Andrea Scotto Calderini, fondatore di Freeda, ha dichiarato in un’intervista su Prima Comunicazione che l’obiettivo è «diventare la voce più forte e indipendente delle donne tra i 18 e i 34 anni».

Daria Bernardoni, editor, in un’intervista su Il Libraio riguardo a Freeda ha detto:

Le donne millennial sono donne che per la prima volta nella storia si sentono davvero libere – Freeda per noi significa freedom al femminile – di fare, di essere, di pensare, in una prospettiva di piena auto-determinazione.

Lisa, I tacchi slanciano

I valori su cui Freeda si basa sono la realizzazione femminile, intesa come libertà di decidere chi essere, lo stile personale come espressione della propria individualità e la collaborazione tra donne. Per esprimere questi valori si propone di affrontare ogni argomento, da quelli più impegnati a quelli di svago, e di proporre profili biografici di grandi donne, di ogni epoca, cultura e luogo, ricerche su tematiche scientifiche e questioni culturali. La stessa Daria Bernardoni ha voluto sottolineare che Freeda appartiene alla quarta ondata del femminismo, come l’ha definita Kira Cochrane nel suo manifesto All the Rebel Women, un femminismo aperto e inclusivo che promuove la parità dei sessi e non la superiorità di uno rispetto all’altro.

Così tra le parole di Simone de Beauvoir e video di Sailor Moon, tra foto di smagliature e interviste a donne comuni, Freeda utilizza gli ideali femministi per raccogliere seguaci, diffondere i propri contenuti e ottenere fondi da quegli investitori che sfruttano la fanbase per vendere i loro marchi.

Freeda

Quelli che Freeda propone sono bellissimi messaggi motivazionali che invitano le donne ad amarsi per quello che sono, ad andare oltre i tabù di genere e a lottare per raggiungere i propri obiettivi. Mostra un mondo rosa e azzurro e dimentica il nero, lascia spazio alle celebrità della musica, del cinema e della moda e dimentica quelle donne che ancora oggi perdono la vita pur di rivendicare un diritto. Trascura il lato più impegnato del femminismo, quello politico e scomodo da trattare, quello che non interessa ai suoi investitori.

Inoltre si dice femminista perché parla alle donne delle donne, ma un femminismo davvero inclusivo non deve dimenticarsi che al mondo ci sono anche gli uomini e che è a loro che bisogna rivolgersi, che bisogna educare e a cui bisogna insegnare il rispetto.

Freeda ha dei limiti, una barriera oltre la quale non le interessa andare per motivi di marketing. Arriva fino a lì e va bene, è pur sempre un piccolo risultato. L’oltre non le interessa, ma è oltre quella barriera che inizia il vero femminismo che si nutre di ideali ben più profondi e scomodi.

Jennifer Carretta per MIfacciodiCultura

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