Il coloratissimo universo di David LaChapelle, tra kitsch e vanitas

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Rebirth of Venus (2009)

Maniaco del particolare e del ridondante, mago della post-produzione, scenari portati al limite dell’inverosimile: David LaChapelle, nato l’11 marzo 1963 nel Connecticut, compie oggi 55 anni.

Fotografo celebre e apprezzato, soprattutto nel campo della moda, il suo stile fotografico accattivante giunge a maturazione negli anni ’90 in seguito ad un periodo tragicamente cupo, che l’artista trasporta mediante l’uso del bianco e nero nella sua fotografia. Gli anni ’80 di David LaChapelle trascorrono nella scoppiettante New York, dapprima con esposizioni in piccole gallerie, e in seguito, con l’incoraggiamento di Andy Warhol, lavorando a ritmi esasperanti, ma gioiosi, per diverse riviste. L’approdo pubblicitario di LaChapelle è con Interview, all’epoca la rivista pop per eccellenza, il sogno editoriale per ogni giovane artista cresciuto sotto l’ala protettiva di Warhol.

L’America permetteva di realizzare i propri sogni, sfogare le fantasie, vivere di eccessi, creare contatti con una facilità che ci appare oggi disarmante, ma c’era anche l’AIDS, che nel 1984 si porta via il compagno di LaChapelle. Quando pochi anni dopo David scopre di non aver contratto la malattia, nella sua fotografia esplode il colore. Immortala centinaia di celebrità, ed accosta alla fotografia la regia di videoclip musicali e pubblicità di grande successo, una su tutte, e tra le più recenti, quella per Schweppes con una maliziosa Uma Thurman.

David LaChapelle, muovendosi tra le star, si riconferma un fotografo sgargiante, sempre sopra le righe e in continua evoluzione. Non un fantoccio dello star system, defilato dal gossip, barocco nel lavoro e nel vestiario, ma riservato per quanto riguarda la sua vita privata. Pensando a LaChapelle, infatti, non balena nella mente l’immagine del personaggio eccentrico (la costruzione del mito è spesso un espediente degli artisti che nutrono qualche dubbio riguardo ai conti da fare con la storia), in linea col gossip, bensì il suo lavoro artistico.

Angelina Jolie – Lusty spring (2011)

Nel 2006, potendo cavalcare l’onda del successo planetario, David LaChapelle abbandona il mondo della moda e delle riviste per ritornare ad esporre nelle gallerie. Il ritorno al contesto istituzionale è anche un momento di conversione stilistica e di rivisitazione, di ricerca di illuminazione nel passato della storia dell’arte, anziché nella registrazione lucidamente esagerata del presente. La catastrofe, il feticismo, le nevrosi e la decadenza si mescolano all’estasi della visione e alla fascinazione michelangiolesca: nasce la serie Deluge.

È il passaggio dal kitsch al sublime di David LaChapelle.

Il tratto distintivo del fotografo americano è la critica dell’eccesso attraverso l’eccesso, passando per il moralismo. La vulnerabilità della contraddizione viene placata mascherando i contenuti con la seduzione, la parodia feroce si attenua sovrastata dai colori accesi. Sono immagini brillanti sul piano visivo, al limite del cinico sul piano dei contenuti. Il tratto pubblicitario si mescola con un’energia da palcoscenico, la fantasia dell’artista viene celebrata con quello che è a tutti gli effetti un reportage distorto. La fotografia di LaChapelle è al limite della fotografia vera e propria proprio per questo suo essere montaggio e prodotto dell’immaginazione e non istantanea.

After the Deluge: Museum (2007)

Il tutto è dichiaratamente inautentico, come esige il kitsch. Uomini e donne si trasformano in oggetti di lusso attraverso pose dichiaratamente non spontanee e si circondano di cianfrusaglie, l’atmosfera è super glamour, ostentata, promiscua e multietnica, l’erotismo non ammicca, ma scimmiotta. Ma negli ultimi anni LaChapelle ha tradito il kitsch alzando il volume della problematicità, insinuando l’inquietudine nello spettatore.
In una serie come After the Deluge: Museum, la tensione tra etica ed estetica è in crescendo. Le atmosfere idilliache, sovraccariche e leziose, hanno ceduto il posto alla desolazione e alle conseguenze della catastrofe. L’acqua ha invaso i musei, impraticabili ma segretamente godibili, perché i capolavori si sono salvati e mantengono intatta la loro bellezza.

David LaChapelle immagina che, quando verrà il Diluvio, spariranno la frenesia dei compratori e il privilegiato mondo che circonda l’artista, ma si salveranno la bellezza e le opere d’arte… Comprese le sue?

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

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