Tre mostre americane raccontano la nascita (e il ritorno) del populismo, tra arte e società

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Grant Wood, "American Gothic" (1930)
Grant Wood, “American Gothic” (1930)

Nell’epoca contemporanea, l’incessante evoluzione tecnologica e la continua crescita dei mercati finanziari e commerciali globali stanno portando a quella che si potrebbe definire come Quarta Rivoluzione Industriale. Come le precedenti esperienze di forte progresso economico, anche questa sta catalizzando vari processi di radicale mutamento socioculturale, come la perdita del concetto di identità nazionale, l’aumento delle disuguaglianze reddituali e del divario tra centri urbani e periferie rurali negli Stati occidentali. E come nel passato, tali fenomeni stanno favorendo il sorgere di movimenti e partiti politici dichiaratamente nazionalisti, reazionari, corporativisti e xenofobi, sintetizzati dai mainstream media sotto l’etichetta di una nuova ideologia: populismo. Uso il termine “ideologia” con il connotato postmoderno che essa può assumere, in quanto non fondata più su un impianto teorico coerente bensì su una prasseologia ben definita di democrazia “immediata”, in cui i rappresentanti politici devono seguire gli umori anche più bassi della comunità, senza più alcuna funzione di mediazione e guida per il bene comune nel lungo periodo. Per mettere a nudo i fenomeni sociali e culturali che hanno fatto da terreno per la nascita dei regimi totalitari del Primo Novecento, in vari periodi dell’inizio di quest’anno sono in corso tre mostre interessanti sull’arte tra gli anni ’20 e ’30, tutte situate nell’attuale culla del populismo mondiale: gli Stati Uniti d’America.

La prima, dal 2 marzo al 10 giugno 2018, è allestita nel Whitney Museum of American Art di New York e si chiama Grant Wood: American Gothic and Other Fables. L’esposizione è incentrata sulla figura del pittore statunitense Grant Wood (1891-1942), noto per l’olio su tela American Gothic (1930) divenuto famoso per essere stato citato in vari riferimenti intertestuali, come nel Rocky Horror Picture Show e in varie pubblicità. Questa e altre 129 opere accompagnano l’analisi di Wood, la cui estetica si focalizzò sulla vita rurale dell’Iowa negli anni ’20 e ’30 (luogo di provenienza dell’artista) seguendo uno stile crudo e fotografico, tra la pittura fiamminga seicentesca e la Nuova Oggettività novecentesca.

Otto Dix, "Die Skatspieler" (1920)
Otto Dix, “Die Skatspieler” (1920)

Ed è proprio sulla Nuova Oggettività in Germania e Austria che si focalizza invece la mostra Before the Fall: German and Austrian Art on the 1930s, dall’8 marzo al 28 maggio alla Neue Galerie sempre della Grande Mela. Prendendo come periodo gli anni ’30, l’esposizione è la terza di una trilogia sull’arte germanica del Novecento curata da Olaf Peters (classe 1964), docente di Storia dell’Arte alla Martin-Luther-Universität Halle-Wittenberg: in questo caso si hanno 150 dipinti di artisti come Max Beckmann (1884-1950) e Otto Dix (1891-1969), che basarono la propria estetica sul ritorno all’ordine anti-avanguardistico di quegli anni, improntato su iconografie realistiche capaci di raccontare in maniera disillusa le disuguaglianze e la violenza che condussero alla nascita del “populismo” nazista. Oppure si possono notare anche lavori di Oskar Kokoschka (1886-1980), in cui invece si ha un accento maggiormente espressionista o di Max Ernst (1891-1976), col suo surrealismo straniante capace di cogliere l’essenza dell’epoca tramite immagini archetipiche.

Charles Sheeler, "American Landscape" (1930)
Charles Sheeler, “American Landscape” (1930)

Infine la terza mostra, situata invece al de Young Museum di San Francisco dal 24 marzo al 12 agosto, si intitola Cult of the Machine: Precisionism and American Art e affonda il proprio fulcro espositivo nel movimento americano del Precisionismo. Stile emerso tra gli anni ’20 e ’30 tra i giovani artisti del tempo, la sua cifra iconologica era la raffigurazione esaltata e al contempo critica del progresso industriale, con soggetti urbani e rurali ispirati a linguaggi purista, cubista e futurista che arrivavano direttamente dall’Europa. Pertanto sarà possibile vedere oltre 100 lavori dall’aurea raffinatezza lineare e geometrica, con un’anima fortemente sia realista, sia astrattista, come con le opere di Charles Sheeler (1883-1965), Georgia O’Keeffe (1887-1986), e Charles Demuth (1883-1935).

Dipinti di mostre ed artisti diversi, ma indirizzati verso lo stesso problema: la natura conflittuale della modernità, sia ieri in chiave modernista, sia oggi in senso postmoderno.

Filippo Villani per MIfacciodiCultura

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