Un classico che ha ancora molto da dire: “Delitto e Castigo” a teatro

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Sta girando l’Italia un adattamento teatrale del celebre romanzo di Fëdor Michajlovič Dostoevskij Delitto e Castigo firmato Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi, spettacolo intenso e sudato che nasce da un attento lavoro: Sergio Rubini già nel 2014 aveva portato in scena la pièce-reading Una sera Delitto. Una sera Castigo, al fianco di Pier Giorgio Bellocchio.

Rubini e Lo Cascio

Il classico della letteratura russa si toglie dunque la polvere dei secoli che si era depositata sulle sue pagine e torna a parlare al pubblico, questa volta con la voce di Luigi Lo Cascio che ne interpreta il protagonista Rodion, un giovane studente di legge che, costretto ad abbandonare gli studi a causa dell’indigenze in cui versa, decide di uccidere una vecchia usuraia e affronta le ricadute morali del suo gesto. Lo Cascio incarna le emozioni che attraversano la mente del giovane: dalla spocchia da intellettuale che lo spinge a vedere la vecchia usuraia come un semplice pidocchio della società da schiacciare senza pietà, alla rabbia omicida, venata dalla paura delle conseguenze, fino al sofferto pentimento finale. Sergio Rubini interpreta quasi tutti gli altri personaggi, persino la madre del giovane Rodion, con una versatilità camaleontica che non smette di stupire, in una girandola di episodi che cambiano con una velocità ipnotica e strabiliante. Toccante la scena in cui veste i panni del vecchio ubriacone Marmeladov che nella sua meschinità è capace di far riflettere lo spettatore sull’importanza di avere nella vita “un posto a cui tornare” quando ci si perde nella tempesta della miseria. Ed è proprio la morte di questo personaggio uno degli altri momenti più poetici e commoventi dello spettacolo: il palco è sovrastato da una decina di cappotti appesi a corde che incombono sugli attori, simbolizzando una folla di gente che passa e non si ferma, la solitudine dell’uomo perso tra un mucchio di soprabiti grigi senza anima. Ma proprio questi cappotti a volte prendono vita: uno di loro diventa così il corpo esanime di Marmeladov che si alza verso il cielo e scompare, mentre la figlia cerca invano di afferrane un lembo per trattenere il padre a abbracciarlo un’ultima volta in una scena straziante. Con il cappotto scompare la vita, scompare la redenzione di un personaggio che alla fine risulta simpatico. Tra i mantelli si nasconde anche un tavolo che si abbasserà via via fino a toccare la superficie del palco con il suo peso metallico, diventando il banco del giudizio a cui il protagonista viene inchiodato dalla domande del tenente.

La storia è cucita e rilegata dal narratore, sempre l’eclettico Rubini, che legge i passi di Delitto e Castigo per accompagnare lo spettatore tra le varie scene. Se per Rubini la lettura risulta facile e scorrevole e viene enfatizzata dal suo lanciare a terra le pagine dopo averle lette con grazia, mista alla supponenza propria di chi sa già come va a finire la storia e vuol tenerci sulle spine, più difficile da capire la scelta registica di lasciare il copione in mano anche a Lo Cascio, che dovrebbe di fatto provare quello che il compagno si limita a descrivere.

Delitto e Castigo

La narrazione è inoltre ritmata dalla presenza di un rumorista sullo sfondo della scena: ad ogni rumore descritto corrisponde la sua fedele riproduzione, dal suono delle chiavi che aprono le porte a quello dei cassetti che nascondono i segreti meno confessabili, fino al fragore della scure che non perdona e della frusta che uccide. Così la forza di certe parole viene sottolineata dal rombo assordante e agghiacciante del loro concretizzarsi sulla scena. Interessante vedere il rumorista in azione, anche se definirei poco felice la scelta di presentarlo come una sorta di dj dalla giacca di pelle e occhiali da sole. Per non parlare delle luci rosse e verdi che lo illuminano di tanto in tanto, dando un tocco senza dubbio kitsch all’intera scenografia. Si può per altro dire che alla sensazione uditiva si affianca quella cromatica. Altra mancanza dello spettacolo è il ruolo troppo sacrificato dato a Sonja, ridotta ad una macchietta femminile sbiadita nel suo scialle chiaro, fanciulla arresa e triste che non ha certo la forza di salvare il protagonista e di infondere speranza nello spettatore, che infatti esce da teatro con un’unica domanda: l’inferno esiste solo per chi ne ha paura?

Andato in scena l’8 marzo al Teatro Sociale di Mantova, Delitto e Castigo oggi e domani sarà al Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso.

Erica Beccalossi per MIfacciodiCultura

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