Il mito di Barbie dal 1959 ad oggi: storia di un’icona

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Quando ero piccola ho sempre creduto ci fossero due scuole di pensiero contrapposte: chi gioca con le bambole e chi gioca con la Barbie. C’era chi voleva giocare a fare la mamma, portare i figli a scuola, vestirli e così via; e c’era chi, come me, voleva vestirsi bene, salire sulla cabrio e andare a fare festa.

barbie

Insomma, giocavo a fare la manager delle mie bambole.

Barbie nasce il 9 marzo 1959, quindi oggi compie ben 59 anni. Il suo vero nome è Barbara Millicent Robert, dal nome della figlia della sua creatrice, Ruth Handler. Guardando Barbara giocare con le bamboline di carta, la madre cercò di creare un giocattolo che esaudisse il desiderio della bambina: le bambole, da allora, non saranno più solo – più o meno inquietanti – riproduzioni di neonati, ma anche degli adulti. Certo, la signora Handler, oltre all’idea geniale, ebbe anche un’altra fortuna: avere per marito uno dei cofondatori della Mattel.

Nasceva Barbie: costume (intero) zebrato e lunghi capelli neri, anche se ne esisteva già una versione bionda (molto meno platinata). E questo secondo me mostra perché questa fashion doll sia un simbolo culturale: durante gli anni ha cambiato colore di capelli, lineamenti, trucco e vestiti. Non so se avete mai visto le prime bambole degli anni ’60, con quegli occhi da gatta, una riga di eyeliner perfetta e labbra rosse: poi, negli anni ’80, sono arrivate le tute colorate e i capelli cotonati, con mega orecchini. Negli anni ’90 le nostre bambole avevano degli occhi molti truccati e rossetto rigorosamente rosa, con vestiti sempre più corti. Oggi, ormai, i nuovi modelli sono ai limiti delle sfilate di alta moda. Il suo corpo è cambiato e con lei i lavori che ha fatto. Ha avuto la bici, la casa con piscina, il camper e persino il Maggiolone della Mercedes, di cui sono fortunata proprietaria: aveva anche il posto per la lattina di Coca Cola accanto al cambio.

E la cara Barbara, con tutti i suoi lavori, i suoi abitini e i suoi tacchi 12, è stata bandita in molto paesi del Medio Oriente: qui si vende Fulla, una bambola molto meno libertina della sua sorella occidentalizzata, con tanto di velo. Barbie non è un’espressione di una culturale, se addirittura è stata censurata in certi paesi? Non rappresenta un certo tipo di emancipazione femminile, che spesso rischia di passare per frivolezza?

Parliamo di una donna che non si è mai spostata e, secondo la sua biografia ufficiale, con Ken si è anche lasciata: non ha mai avuto figli, solo uno stuolo di sorelle e sorelline, che ovviamente accoglie spesso da brava sorella maggiore. Dal 2004, dopo 34 anni di fidanzamento, è una donna single e felice di esserlo. Alla fine, una che ha avuto ben 38 animali domestici non può aver tempo per la famiglia.

Barbie

Ma Barbie è anche un fenomeno antropologico: è arrivata negli anni ’60 e ha spiegato alle bambine che si poteva anche fare altro, che la vita di una donna adulta non è solo fare la madre. Non c’è nulla di male, sia chiaro, a voler immaginare di essere una mamma, a immedesimarsi con quella creatura magica e perfetta che colei che ci ha generato: ma si può anche giocare ad essere grandi, famose e ricche. La Barbie, come tutti i giocattoli, è un oggetto in cui i bambini versano le proprie pulsioni: quando si è piccoli, non si distingue il gioco dalla realtà. Il balocco vive, ha una sua vita e è l’estensione del sé del bambino: la vita della nostra Barbie era quella che avremmo voluto avere. Infatti ricordo benissimo di aver avuto numerose ballerine fra la mia collezione: la più bella era quella con le articolazioni snodabili (perché la tecnologia avanzava e con essa il mondo dei balocchi) con tanto di sbarra per gli esercizi. Ancora mi scende una lacrima, al ricordo del mio cane che le ruppe una caviglia.

Una carriera stroncata.

Ma questa bambola, che è la più venduta del mondo, che nemmeno le Bratz sono riuscite a spodestare, è davvero un’icona: innanzitutto nel primo significato della parola, quello etimologico. Per spiegarlo vorrei usare un esempio rapidissimo: Wahrol ci fece un quadro. L’immagine della bellezza, dell’estetica commerciale, delle figure ripetute e della mercificazione. Proprio come Marylin.

I nuovi modelli di Barbie, dalla tall alla curvy

Ma credo che Barbie sia anche un’icona in senso più semiotico: nella cosa, nel suo essere mero oggetto, porta dei significati altri. Un giocattolo che vuol dire molto di più: un simbolo della figura femminile nella società, di come ci vorrebbero, di come ci dovremmo vestire e di quale lavoro dovremmo fare.

Barbie ha case sempre più grandi, lavori sempre più ambiziosi, gambe troppo lunghe: per tanti è un messaggio sbagliato, è inculcare alle bambine cosa dovrebbero essere, e non cosa vogliono essere.

Ma ci si dimentica sempre un particolare: Barbie è un giocattolo. Ed è l’immaginazione, la fantasia e l’ingenuità di chi ci gioca – non per forza delle femmine, proprio perché, dopo tutto questo gran parlare, rimane un giocattolo – a creare davvero la vita di questa iconica bambola.

Marta Merigo per MIfacciodiCultura

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