«A Henry Charles Bukowski Jr., mio amico. Mi manchi», ovvero l’ultimo romantico

1 771
maxresdefault (2)
Charles Bukowski

Se vi prendete la briga (e dovreste proprio farlo) di approfondire la conoscenza di Charles Bukowski (Andernach, 16 agosto 1920 – San Pedro, 9 marzo 1994), troverete infallibilmente scritto che appartiene alla corrente del realismo sporco. Non è che sia sbagliato, come non lo è notare una somiglianza con la Beat Generation, anche se lui non vi si riconosceva.
Realismo sporco? Sì, anche. Ma per Hank è un errore cercare di ricondurlo ad uno schema. Ultimamente, in alcune lodevoli riedizioni dei suoi romanzi, un adesivo sulla copertina lo definisce invece Il cantore dell’altra America. Il cantore dell’altra America? Non è così. Charles Bukowski è il cantore dell’America, punto. E questa è l’unica definizione che gli si può cucire addosso, se proprio non possiamo sfuggire al maledetto vizio da entomologo che hanno gli studiosi di letteratura.
E poi, Charles Bukowski non è sporco. È il più grande, infelice romantico di tutti i tempi.

«Tutte le cazzate che si inventano per fotterti il cuore. Volevo ricordarti che l’amore è rimanere e non sparire per vedere se uno poi ci tiene.»

«Occhi. Quei maledetti occhi. Mi fottevano sempre, ci facevo l’amore solo a guardarli.»

«Non volevo diventare nessuno. Non me ne fregava un cazzo. Io avevo solo la spietata e dolce voglia di rivedere quegli occhi e tenerli ancora un po’ con me.»

charles-bukowski-seduto-alla-scrivaniaRiferimenti culturali? Caldwell e Steinbeck per il passato (anche se lui stesso non li annovera tra i suoi riferimenti letterari), Easton Ellis e Palahniuk per il futuro (anche se non li avrebbe annoverati tra i suoi riferimenti). Ma chi oggi non gli deve qualcosa, ammesso che sia uno scrittore sincero?
Come si fa a dirlo?

Perché Bukowski non è nemmeno il cantore dell’America, è il cantore di sé stesso. E di tutti gli infelici, di tutti i bambini tedeschi emigrati in America, dei più poveri, dei più spaventati, quelli con una famiglia ostile, quelli con i foruncoli dell’acne grandi come mandarini, quelli che scoprono prima di aver messo i pantaloni lunghi che l’alcool è meglio della masturbazione, (Panino al prosciutto) che si attaccano alle sigarette, che hanno solo donne pazze, o avide, o tutt’e due, perché passa la vita a leggere e a scrivere, ubriaco fradicio in entrambi i casi, perché ha successo solo dopo i cinquant’anni, perché è pieno di cicatrici delle risse e degli amori, perché fa 1001 lavori (Factotum), perché si consuma la vita nel girone dantesco delle Poste (Post Office), perché passa la vita a disprezzare un’umanità che corre a vuoto dietro a falsi miti e falsi passatempi, perché butta soldi e vita tra gli ultimi, i disperati che non dormono nemmeno più sui cuscini di solida roccia lungo le autostrade ma cercano un’impossibile fortuna alle corse dei cavalli.

Hank non ha un momento di pace. Hank trova la donna della sua vita quando dovrebbe essere già morto da un pezzo e lei gli regala qualche anno fuori busta imponendogli di bere meno e solo vino.

«Umanità, mi stai sul c…o da sempre»

Beh, non è proprio così, vero, Hank?

«Passai accanto a 200 persone e non vidi un solo essere umano»

Solo che tutta questa maledetta, pazza folla fa paura. Una paura maledetta.

«La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare»

bukowski-10Allora si beve, si scrive e si gioca ai cavalli. Si cerca di dimenticare una umanità sporca, abietta, ottusa, stolida: la si aiuta, si diventa il nemico, si diventa quello peggio di loro in modo che possano sentirsi meglio rispetto a quel vecchio ubriacone porco. Si vive abbastanza da diventare il nemico, e ci si prende sulle spalle tutte le brutture del quotidiano. Come Gregory House, il personaggio di fantasia più disperatamente buono degli ultimi 50 anni. Come un cavaliere oscuro a Gotham, ma sulla groppa di un cavallo da corsa e brandendo una macchina da scrivere e una bottiglia di whisky.

Il mio amico Hank mi ha lasciato il 9 marzo del 1994, per una forma acuta di leucemia. Dopo 6 romanzi, almeno 9 raccolte di racconti, migliaia di poesie, un film-capolavoro tratto da Factotum: e dopo che decine e decine di romanzieri e scrittori assortiti continuano ad essere ispirati da lui senza ammetterlo, salvo eccezioni. Poi Alice Munro e i suoi racconti da encefalite letargica vincono il Nobel, ma chiunque oggi voglia scrivere qualcosa che abbia attinenza con la realtà deve fare i conti e rendere grazie a Hank.

«La verità profonda, per fare qualunque cosa… sta nella semplicità. La vita è profonda nella sua semplicità»

La prima parte del titolo di questo articolo è una citazione di Sean Penn, che evidentemente non ha difficoltà con le amicizie ingombranti, io provo il sentimento illustrato da Salinger e cioè vorrei averlo conosciuto e potuto annoverare tra gli amici.

«Seppellitemi vicino all’ippodromo, così che io possa sentire l’ebbrezza della volata finale»

 Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Essay dice

    Molti ortodossi non ascoltano musica secolare, e questo significa che la classifica dei dischi più venduti dal negozio non è dominata da Ed Sheeran, ma da tale Yossele Rosenblatt, cantore di origini ucraine morto 85 anni fa.

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.