Oreste del Buono: quando il sapere e la cultura sono l’unica salvezza

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Mi trovo, ancora una volta (e temo che non sarà l’ultima), a commentare sul difficile stato della cultura e della diffusione del sapere in Italia. Dopo l’angosciante risultato elettorale delle ultime ore, l’Italia ha ancora più bisogno di personaggi del calibro intellettuale di Oreste del Buono (Poggio, 8 marzo 1923 – Roma, 30 settembre 2003). Traduttore, giornalista, critico letterario e autore: un curriculum quello di del Buono di tutto rispetto. Oggi celebriamo la sua carriera al servizio del sapere e della cultura, e gli effetti del suo magistero e, se fosse ancora vivo, proviamo a interrogarci in che modo potrebbe contribuire al rilancio della Repubblica.

Del Buono nasce in Toscana in una famiglia impegnata politicamente a sinistra. Dalla Toscana si trasferisce a Milano, dove studia e presta il servizio di leva, prima di trascorrere un anno di prigionia in Germania a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943. Nonostante la carcerazione, il nome di del Buono è legato alla sua meritoria opera di diffusione della letteratura europea in Italia, specialmente francese. Dobbiamo a lui la conoscenza di autori del calibro di Michel Butor, André Gide, Marcel Proust e la sua RechercheNathalie Sarraute e l’indimenticabile Marguerite Yourcenar

Alcuni dei nomi menzionati meritano un approfondimento. In un’Italia dilaniata dalla guerra, nomi come Gide, Proust e Yourcenar ricordano che lo studio introspettivo e, soprattutto, la libertà da convenzioni stantie, ha sempre valore e può aiutare a rimetterci in gioco, specialmente nel periodo post-bellico. Niente è impossibile, sembra dirci del Buono con le sue traduzioni.

All’intellettuale toscano dobbiamo anche la partecipazione al celebre Gruppo 63. Influenzati dal marxismo e dello strutturalismo francese (basti pensare a Lévi-Strauss o Althusser), gli intellettuali del gruppo si opponevano alla rigidità del romanzo neorealista, senza darsi alcune regole e, soprattutto, senza alcune indicazioni operative. Essi si battevano per la libertà di contenuto e per una letteratura che rompesse con la tradizione. In questo contesto, egli si impegno per la diffusione del Nouveau Roman, il romanzo sperimentale francese, animato dallo stesso progetto del Gruppo 63. Un appassionato traduttore e un intellettuale impegnato come del Buono non poteva che apprezzare.

Umberto Eco

Del Buono lavorò anche per case editrici come Rizzoli, Bompiani e Garzanti, non soltanto diffondendo la letteratura europea, ma anche facendo conoscere al mondo culturale italiano nomi come Scerbanenco, Forattini e Campanile. Un intellettuale che, a differenza del desolante panorama contemporaneo, ha garantito all’Italia di conoscere non soltanto i migliori nomi della letteratura occidentale, ma ha permesso anche a futuri talenti di emergere.

Mi piace anche ricordare Oreste del Buono anche per il suo impegno nel diffondere quella che oggi si chiamerebbe (probabilmente con disprezzo) cultura pop. Egli collaborò con Umberto Eco alla creazione di un volume su James Bond e, soprattutto, fu il curatore della prima Enciclopedia del fumetto italiana.

Oreste del Buono, tuttavia, fu anche autore; l’influenza della letteratura francese del secondo Novecento fa sì che lo stile trasgressivo e sperimentale degli autori d’oltralpe lasci un segno evidente anche nella produzione letteraria del critico toscano: trame essenziali scandite da un linguaggio altrettanto essenziale, con situazioni al limite della normalità. 

Oreste Del BuonoGiornalista su Panorama, dove curava una rubrica, del Buono è il mecenate del secolo scorso: è riuscito a diffondere in Italia scrittori e letteratura che, altrimenti, non sarebbero mai arrivati a causa del provincialismo e dell’autarchia culturale che da sempre contraddistingue il Bel paese. Mi spingo a dire che l’intellettuale livornese avrebbe visto di buon occhio progetti come l’Erasmus, la mobilità studentesca e dei docenti che permette di allargare i propri orizzonti, proprio come fa la traduzione. L’Europa vive un momento di forte stagnazione culturale; manca la spinta a uscire dal proprio orticello (come direbbe Candido) e si costruiscono muri contro l’Altro. Oreste del Buono non sarebbe mai stato d’accordo: è bene ricordare la sua voce e il suo magistero per auspicare un continente migliore.

Andrea Di Carlo per MIfacciodiCultura 

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