Gli slogan di Barbara Kruger: una riflessione sulla società

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Sicuramente vi sarà capitato di incappare in un provocatorio collage di Barbara Kruger (Newark, 26 gennaio 1945) e magari qualcuno di voi lo avrà inteso come un poster provocatorio, se non addirittura un meme di internet, invece siamo di fronte ad un’opera d’arte. Opera estremamente contingente al momento in cui viene realizzata, sensibile alla società post-moderna della quale l’artista ne critica alcune pratiche.

Barbara Kruger, I shop therefore I am

Studentessa della Parsons School of Design insieme alla fotografa Diane Arbus, Kruger negli anni ’60 viene assunta dalla Condé Nast per la quale lavora come grafica e designer, venendo poi promossa ad art director e picture editor. Questo lavoro le permette di entrare in contatto con la fotografia pubblicitaria e di moda, che diverranno poi la sua materia prima creativa.

La sua arte sembra estremamente semplice, quasi elementare: una fotografia in bianco e nero sulla quale è apposta una frase, o meglio, uno slogan, in colore rosso (sempre rigorosamente utilizzando il font Futura). Il contrasto di colori e immagini crea però una potenza comunicativa inaspettata: non vi è nulla di astratto o concettuale, la sua arte è provocatoria non in maniera fine a se stessa ma costruttiva. Compro quindi davvero sono? Il corpo delle donne è un campo di battaglia? Ogni nostro desiderio è l’ordine di un qualcuno al di sopra di noi? La classe politica è costituita da fantocci? Domande alle quali è difficile non rispondere.

Barbara Kruger, Your Body Is A Battleground

Poster grandi come cartelloni pubblicitari che urlano slogan potenti e talvolta violenti, eppure queste opere sono più introspettive che mai: indagano la coscienza del singolo, costringono a porsi domande ed a indagare su quanto effettivamente abbiamo messo in discussione le regole sociali che diamo per assodate. Girovagando in una galleria d’arte contemporanea, spesso il cosiddetto white cube rischia di creare distanza e un clima asettico, portando lo spettatore a guardare le opere senza osservare, soffermandosi non troppo sulle singole opere, anche perché, bombardati di informazioni e nozione rapide ed estemporanee, abbiamo perso l’abitudine di soffermaci ed approfondire: ecco che lo stratagemma pubblicitario utilizzato dall’artista attira immediatamente il nostro sguardo raggiungendo il suo scopo.

Da ormai trent’anni Barbara Kruger con le sue opere contesta stereotipi e pregiudizi sui quali spesso si basa la comunicazione visiva commerciale e politica: la rielaborazione in maniera contraria di standard comuni, rende i messaggi ancora più forti e disturbanti, quasi minacciosi, come solo un’imponente scritta rosso fuoco sa essere magari al di fuori del contesto espositivo canonico, “invadendo” anche gli spazi comuni e funzionali dei musei come scale e bookshop, ma anche in quello quotidiano, come giornali e cartelloni.

Your Every Wish Is Our Command (1981), I Shop Therefore I am (1987), Your Body Is A Battleground (1989), Super Rich, Ultra Gorgeous, Extra Skinny, Forever Young (1997) sono quattro rappresentative opere dell’artista americana che ci forniscono molti spunti di riflessione sul consumo e sul corpo delle donne. Oggi viviamo ancora nella società dei consumi? Dopo la crisi economica mondiale del 2008, i consumi mondiali hanno subito un cambiamento generale: si va verso una maggior consapevolezza ed attenzione, ma il “consumo per apparire” dettato da mode e pubblicità è una componente ancora molto presente nel quotidiano. E il corpo femminile? Il dibattito è ancora aperto le opinioni sono discordanti. Chi decide cosa deve o non deve fare una donna? Chi ha il potere sul suo corpo e sulla sua gestione? Chi sulla sua mente, le sua aspirazioni, i suoi desideri?

Barbara Kruger, Your Every Wish Is Our Command

Sì, il corpo delle donne è ancora un campo di battaglia: Your Body Is A Battleground nacque nel 1989 come slogan per una manifestazione pro aborto, un argomento che a quasi 30 anni di distanza tiene ancora banco, mentre Super Rich, Ultra Gorgeous, Extra Skinny, Forever Young ci dà da pensare sulle pressanti richieste che le donne subiscono circa l’essere sempre giovani, belle, magre e possibilmente ricche. Un ideale femminile che le incatena e che pare non essere ancora stato archiviato come dimostrano i commenti sui social network a donne più o meno famose: l’attacco all’aspetto fisico o all’uso, se così può essere definito, del proprio corpo sono sempre dietro l’angolo, indipendentemente dai pensieri o contenuti forniti da quella determinata persona.  La ferocia con cui vengono giudicate le appartenenti al genere femminile sia nel quotidiano che sul web, è la dimostrazione di come non solo le opere di Barbara Kruger siano tutt’oggi un’ottimo spunto di riflessione, ma che proprio come sostiene l’artista in un’altra celebre opera, All Violence Is An Illustration Of A Pathetic Stereotype (1991): la violenza è sempre e comunque frutto di stereotipi ed ancora una volta l’invito è quello di superarli ed andare oltre, cercando di conoscere il singolo per quello che è non per quello che presupponiamo sia.

I find myself influenced by the presence of time passing, but seldom by particular events. From childhood on, the attention received or denied, the pleasures or absence of comfort or shelter, the place of money, color, class, and power: in other words, the accumulation of the everyday. These moments, these increments, make us who we are and make us make the work we make.

Barbara Kruger, Super Rich, Ultra Gorgeous, Extra Skinny, Forever Young

La società ci influenza fin dalla nascita, riuscire ad uscire dagli schemi mentali e comportamentali imposti è complicato e presuppone un faticoso lavoro interiore di ricerca e lotta, di messa in discussione quindi di indagine al fine di trovare nuovi modelli comportamentali che permettano a tutti di esprimersi.

In questo clima di incertezza e a tratti di violenza, l’invito è quello di ripensare a cosa sia per noi la normalità: cosa è normale e cosa non lo è per una donna? Ci sono ancora comportamenti che sarebbe meglio non tenesse o si va verso una maggiore libertà? C’è tanto da pensare e da lavorare, ma teniamoci bene a mente che noi donne possiamo essere indipendenti, possiamo decidere della nostra vita e del nostro corpo. Non abbiamo per forza bisogno di un uomo che ci indichi la via, non siamo mica donzelle in pericolo: We Don’t Need Another Hero all’infuori di noi stesse.

Carlotta Tosoni per MIfacciodiCultura

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