“L’atto di accusa come pornografia giudiziaria”: Ahmet Altan, una voce dal carcere turco

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Ahmet AltanAhmet Altan è un giornalista e scrittore turco, nato ad Ankara nel 1950. Ex direttore del quotidiano Taraf, critico nei confronti del presidente Erdogan, è stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver favorito il tentato colpo di stato del luglio 2016. Una sentenza che ha colpito anche il fratello di Ahmet Altan, Mehmet, economista e intellettuale e il noto volto televisivo Nazli Ilcak, tutti imputati di aver dato sostegno ideologico ai golpisti di Fetullah Gulen, ritenuto la mente del golpe fallito in Turchia.

Una sentenza che lascia, senza dubbio, l’amaro in bocca. Per la liberazione di Altan si sono mobilitati scrittori ed intellettuali in tutto il mondo tra cui Orhan Pamuk. I suoi romanzi e saggi hanno venduto milioni di copie, e sono stati premiati in Turchia e all’estero. Scrittore e assassino (2016, Edizioni E/O) è stato venduto in sette paesi. La sua memoria difensiva è stata pubblicata in Italia a ottobre con il titolo L’atto di accusa come pornografia giudiziaria. Invece, Quartetto ottomano è il titolo della saga di prossima pubblicazione sempre per le Edizioni E/O.

Un oggetto in movimento non è né dov’è né dove non è, afferma Zenone nel suo celebre paradosso. Fin da quando ero giovane ho sempre pensato che si applicasse di più alla letteratura o, nello specifico, agli scrittori e non alla fisica. Sto scrivendo queste parole dalla cella di una prigione. Mettete la frase “Sto scrivendo queste parole dalla cella di una prigione” in una qualsiasi narrazione e vedrete come essa si carichi subito di tensione e di vita, è una voce spaventosa che emerge da un mondo oscuro e misterioso, l’ardita presa di posizione di uno sventurato che non si abbatte e una mal celata richiesta di clemenza.

È un pensiero pericoloso, quello di Altan o un mezzo utile per approfittare dei sentimenti delle persone. E gli scrittori non sempre riescono a trattenersi dall’usare le frasi in modo funzionale ai propri interessi quando è in gioco la possibilità di toccare l’emotività del prossimo. Anche il solo capire che è quello il loro intento può bastare al lettore per provare pietà per l’autore di una tale frase.

Ma un attimo. Prima che iniziate a provare pietà per me sentite cos’ho da dirvi. Sì, mi tengono in un carcere di massima sicurezza in mezzo al nulla. Sì, sto in una cella dove la porta si apre e si chiude allo stridere e schioccare del ferro. Sì, mi passano i pasti da un buco in mezzo alla porta. Sì, perfino la sommità del minuscolo cortile col pavimento di pietra dove passeggio su e giù è ricoperta di grate d’acciaio. Sì, non mi è consentito vedere nessuno se non i miei avvocati e i miei figli. Sì, mi è proibito anche scrivere due righe ai miei cari. Sì, se devo andare in ospedale tirano fuori le manette da un ammasso di ferraglia e me le mettono ai polsi. Sì, ogni volta che mi tirano fuori dalla cella ordini come “mani in alto, togliti le scarpe” mi colpiscono come uno schiaffo in pieno viso. È tutto vero, ma non è tutta la verità.

Ahmet Altan

No, non è tutta la verità. Ahmet Altan è una voce che merita di essere ascoltata. Uno spirito che si libra nell’aria come fumo e lascia la prigione insieme ai personaggi che vivono nella sua testa. Sono riusciti ad incarcerarlo, sì, ma nessuno al mondo ha il potere di tenerlo in prigione. Ed è difficile non sussultare, spesso, tra le pagine di Scrittore e assassino, non notare quante volte la finzione abbia preceduto e poi si sia sovrapposta ai fatti di cronaca. Non si può zittire il rumore catastrofico che produce la storia, nel frattempo. Non si può non ascoltare anche cosa accade fuori dalle atmosfere ovattate delle nostre case.

Il romanzo si presenta come un noir che ha per protagonista uno scrittore senza nome, quello scrittore è un assassino, lo dichiara fin dalle prime righe, cosicché noi dobbiamo sapere subito che dentro di lui abita una colpa. Dice di aver commesso il più irreversibile degli sbagli, un delitto che merita e aspetta un castigo, e qui nella mente del lettore comincia lo sdoppiamento fra letteratura e cronaca. Leggere significa costruirsi un mondo parallelo in cui prendono forma i protagonisti di una trama, ma stavolta in quella stanza immaginaria si è piazzato un altro ospite: lo scrittore con nome e cognome scritti sui giornali, che ha fatto della libertà di parola la propria battaglia: non ha commesso nessun delitto ed è dentro una galera ad aspettare la fine di un’ingiustizia.

Sono solo un povero romanziere, un profeta che si aggira in mezzo alle persone senza riuscire a dimostrare la sua vera natura, pronto a contemplare chiunque vorrà seguirmi, costruire templi, santuari e altari per i miei pochi discepoli e bere insieme a loro magici elisir.

Scrittore e assassino è il decimo romanzo di Ahmet Altan ed il primo che possiamo leggere in traduzione. Secondo qualche critico, non è il suo lavoro migliore, per cui bisogna chiedere a gran voce e aspettarsi che siano pubblicati tutti i suoi scritti. A volte, difatti, la trama sembra incagliarsi a vuoto, eppure il suo lavoro va diffuso ovunque, insieme alla denuncia che contiene.
«La vita non si impara dalla vita, si impara dalla letteratura» ha dichiarato Ahmet attraverso i suoi avvocati e vale anche per il suo romanzo imperfetto, senza il quale capiremmo un po’ meno cosa sta accadendo.

Alessia Amato per MIfacciodiCultura

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