Di paura il cor compunto – Boccaccio: i mercanti tra paura e fortuna

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Boccaccio

Oggi la rubrica Di paura il cor compunto torna ad esplorare il Medioevo: dopo aver analizzato l’Inferno di Dante, questa volta si dedica a una novella del Decameron di Giovanni Boccaccio, precisamente la quarta novella della seconda giornata. Il tema è il rapporto dell’uomo con la sorte, che nel Medioevo era centrale: la Fortuna era tradizionalmente rappresentata come una ruota, che, per natura instabile, aveva il potere di portare all’apice del successo l’individuo, per poi farlo ripiombare nella miseria subito dopo. Per i mercanti – che costituivano una buona fetta del pubblico delle novelle di Boccaccio – si trattava di una questione molto sentita, dato che, con il loro mestiere, avevano la possibilità di accumulare grandi ricchezze, ma dovevano sempre tenere presente il rischio di perderle in caso di imprevisti. Il protagonista della storia è proprio un mercante, chiamato Landolfo Rufolo, proveniente dalla provincia di Ravello, città famosa all’epoca per la ricchezza dei suoi abitanti. Egli, pur essendo già ricco, decide di partire per cercare ulteriore fortuna. Il suo successo sembra in ascesa.

Tra le quali città dette n’è una chiamata Ravello, nella quale, come che oggi v’abbia di ricchi uomini, ve n’ebbe già uno il quale fu ricchissimo, chiamato Landolfo Rufolo; al quale non bastando la sua ricchezza, disiderando di raddoppiarla, venne presso che fatto di perder con tutta quella se stesso.

La novella di Landolfo Rufolo in una miniatura del XV secolo

Tuttavia, la sua avidità rischiò persino di portarlo alla morte. Egli partì per Cipro, dove però gli affari non andarono come aveva previsto, e si trovò di molto impoverito. Lo spettro più temuto dai mercanti si era palesato anche per lui: la perdita dei beni da commerciare. A quel punto, piuttosto che tornare a casa povero, decise di morire, oppure di rubare per riacquistare le ricchezze perdute. È qui che comincia la parabola discendente di Rufolo, che non è in grado di accettare la propria sconfitta; non sopporta la perdita dei propri beni, ma soprattutto lo scorno di dover tornare in patria senza averi. Per definire questo stato d’animo di afflizione, nel testo appare il termine «noia», in cui potremmo intravvedere la paura di affrontare il giudizio dei propri concittadini, dai quali era conosciuto e rispettato come «ricchissimo uomo», mentre ora sarebbe risultato un semplice fallito. Quell’esperienza, tuttavia, lo aveva reso «pauroso della mercatantia», tanto che non s’arrischiò più a praticare quel mestiere.

La ruota della Fortuna

Divenne allora corsaro, si mise a razziare le navi dei turchi, e, arridendogli la Fortuna, riacquistò tante ricchezze quante ne aveva, anzi le raddoppiò. La paura della perdita gli aveva insegnato qual era il limite da non superare; moderata quindi l’avidità, decise di rientrare in patria con le ricchezze conquistate. Ma le peripezie non erano finite: due navi genovesi lo riconobbero, lo rapinarono e lo imprigionarono. Successivamente, un nuovo naufragio fece affondare la nave. A quel punto, Rufolo, pur essendosi ripromesso di morire piuttosto che tornare a casa povero, vide la morte vicina, e «n’ebbe paura»: fino a quel momento, il suo timore principale era stato quello di perdere il controllo dei propri beni; in quel momento, per la prima volta, conobbe la paura di perdere la propria stessa vita. Rifiuta quindi di annegare e si appiglia a ciò che trova in mare; dapprima, una semplice tavola; dipoi, una grossa cassa. Trascinato dal mare, approda a un’isola, dove viene accolto e rifocillato da una donna generosa. Qui scopre il contenuto della cassa a cui si era aggrappato in mare: un gran numero di pietre preziose. Grazie a queste riesce, infine, a riottenere la ricchezza perduta – anzi, a raddoppiarla, come ama sottolineare la narratrice Lauretta.

Le novelle della seconda giornata devono avere lieto fine; per il mercante, il lieto fine, dopo tante disavventure e paure, non è semplicemente l’aver scampato la morte, ma essere riuscito a tornare a casa molto più ricco di prima. Le paure patite e i pericoli superati, tuttavia, lo hanno reso meno avido e più generoso: alla fine decide addirittura di inviare denari alla donna che lo aveva salvato dal mare, per ricompensarla. Ma, soprattutto, egli conferma la propria rinuncia alla “mercatantia“.
Da questa novella si evince il prestigio sociale che a quell’epoca aveva raggiunto la figura del mercante, come abbiamo notato sottolineando la paura che Landolfo Rufolo aveva di perdere, con la ricchezza, anche la rispettabilità al cospetto dei propri compaesani. Il mercante era un uomo di cui lodare le ricchezze e celebrare le avventure, anche se affrontate solo per avidità di denaro. La dimensione delle sue paure, come abbiamo visto, riguarda essenzialmente la sfera dei propri beni, il possesso dei quali lo rende però ossessionato dalla paura della perdita; essa, alla fine, come abbiamo visto, si traduce nella paura della stessa “mercatantia. Tanto che Rufolo, ormai baciato dalla Fortuna e ricco, abbandona la propria attività. Ma dunque, alla fine, chi ha vinto? È la Fortuna che ha reso il mercante più ricco di prima o è stata piuttosto la paura a giovargli, dato che è riuscita a porre un limite alle sue avide brame, che rischiavano di condurlo alla rovina? Inoltre, è abbastanza curioso il fatto che, in conclusione, non troviamo una celebrazione del coraggio del mercante come all’inizio della novella, bensì la messa in evidenza dei timori da lui maturati nei confronti del commercio, attività piena di rischio e dagli esiti sempre incerti. Giovanni Boccaccio, sospendendo il racconto sul lieto fine, propone al lettore la riflessione.

Arianna Capirossi per MIfacciodiCultura

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