Rossana Rossanda e il filo impercettibile nella dualità: oltre il corpo che ci abita

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«Da tutte le parti questo corpo che mi abita e che abito sfugge e mi torna, come se fosse l’anguilla della mia coscienza, un’anguilla attaccata a me». La citazione è tratta da Questo corpo che mi abita di Rossana Rossanda, politica, giornalista, scrittrice, classe 1924, dirigente negli anni cinquanta e sessanta del PCI e cofondatrice de Il manifesto.

Nel volume, pubblicato quest’anno da Bollati Boringhieri, troviamo gli scritti e gli articoli della stessa Rossanda pubblicati sul periodico Lapis. Percorsi della riflessione femminile diretto per un decennio, dal 1987 al 1997, che sono stati raccolti da Lea Melandri, curatrice del volume. Gli scritti si presentano come una serie  di missive indirizzate dalla Rossanda alla Melandri. La scrittrice ripercorre con autoironia la sua posizione di politica e di donna partendo proprio dal «corpo» che la «abita».

Come si evince dal titolo, il concetto di dualità è un filo impercettibile sia nella definizione del corpo, sia nella definizione di donna. Infatti, in Autodifesa di un io politico [1] Rossanda scrive: «La mia vita ha come asse il rapporto con l’altro, ma nego che questo sia sinonimo di dipendenza». Perché? Perché l’io si forma e si determina in base all’incontro/scontro con l’altro: «non ho cercato la fusione: mi ha riempito di dolcezza la percezione del battito dell’altro sangue». [2]

Ma nel caso della politica, così come nel caso dell’essere donna, Rossanda si definisce un «androgino simpatico», proprio perché è divisa tra le due dimensioni. Infatti nell’articolo Il profondo e la storia [3] scrive:

È una donna quella “lei”, me che corre? Da molte donne mi viene detto amichevolmente che no, perché corro nel tempo e nello spazio degli uomini, senza interrogarmi sull’essenziale che sarebbe il ritrovare […] l’essere donna, la coscienza, l’identità, l’autonomia femminile. […] Ma io non sono due, sono una sola.

Lo stesso discorso vale anche per la differenza sessuale, definita come un dato non ontologico, ma uno scontro/incontro e poi confronto di alterità biologiche che possono sfilacciarsi all’infinito. In che modo? L’uomo e la donna sono determinati biologicamente, ma: «quando l’io si definisce nel rapporto con l’altro, come una trama e un tessuto che sono e non sono la stessa cosa, […] si diventa cauti sui valori e sulle leggi».

E la differenza della differenza nell’essere donna sta nell’allontanarsi dal concetto stesso di donna datoci a priori, e negarlo per domandarci: «Ma chi sono, donna che vuol dire?». È necessario l’approdo all’esser donna e rovesciarlo in un «all’inizio stava il mio esser donna». Per cui ci sono delle predeterminazioni, ad esempio nome e cognome, però, scrive Rossana «la mia vita è l’avventura con questa predeterminazione, il modo di usarla e liberarmene».

RossandaRossana Rossanda fruga nella propria intimità, si osserva da fuori per dare una definizione al suo corpo, al suo io di donna, cerca di trovare un contatto tra polarità diverse, come tra uomo e donna, tra donna e donna, tra l’io e il corpo, tra il ritmo della vita percepito dalle orecchie e il ritmo della vita sentito nella coscienza.

Nell’articolo Una soglia sul mistero [4] c’è questa domanda: «Non percepiamo il corpo come un “modo”, se non un involucro, del nostro essere?». Il corpo è soggetto a schemi rigidi che vengono calati ab alto da modelli confezionati. Il modo può essere la “flessuosità” cinematografica e iconica imposta indirettamente (Rossana Rossanda fa riferimento a Greta Garbo). Tuttavia, nell’articolo Questo corpo che mi abita [5], la giornalista dice che il corpo «lo sentiamo come qualcosa di interno/esterno».

Da qui c’è un rapporto di dipendenza/alienazione con “l’altro fuori da me” Un “me” di cui si è in balia, che non si vede, che non si può vedere se non attraverso gli specchi [6] e/o la percezione degli altri. La differenza è sottile, c’è l’io e il corpo, come il qui e il quello. «Da fuori viene il caldo e il freddo», da fuori provengono le cicatrici, le malattie e l’idea della forma. Per cui l’io è trascinato dal corpo e il corpo dalle rovine del tempo.

La crescita, la pubertà, la menopausa, l’invecchiamento, la «ruga/riga» che deforma e l’io che non sfugge ad una potenza fuori di lui ma che è appiccicata alla sua vita, o il contrario: il lato incorporeo che vive il ritmo del corporeo. Da questo punto di vista il rapporto è ancora più complesso:

Come percepisco il mio corpo. Ammesso che si possa dire mio di una che sono ed è me stessa. Perché è certo che sono il mio corpo ma mi/lo percepisco come un altro, il più vicino, anzi appiccicato. Sono dentro (se no, dove?) ma in qualche misura “mi sento” fuori. [7]

Un po’ come guardare una fotografia di qualcuno che ci somiglia parecchio e sentirci un altro rispetto a noi, come se non ci fosse contatto tra questa coscienza e quella immagine. Ma domanda fondamentale che pone Rossana Rossanda: «Quando è che quel demonio sono proprio io?». [8]

Giorgia Zoino per MifacciodiCultura!

[1] R. Rossanda, Questo corpo che mi abita, Bollati Boringhieri, Lapis. Percorsi della riflessione femminile, 1° novembre 1987

[2] R. Rossanda, Questo corpo che mi abita, Bollati Boringhieri, Autodifesa di un io politico: «Mi penso una in un pieno di uni e une, ognuno dei/delle quali manda e riceve messaggi “strutturanti” del sé».

[3] Il profondo e la storia, Lapis. Percorsi della riflessione femminile. 7 marzo 1990

[4] Una soglia del mistero, Lapis. Percorsi della riflessione femminile, 8 giugno 1990

[5] R. Rossanda, Questo corpo che mi abitaLapis. Percorsi della riflessione femminile, 23 settembre 1994

[6] R. Rossanda, Questo corpo che mi abita, Bollati Boringhieri: «Con lo specchio, cioè tramite un oggetto, vedo quel che se no non vedo, e con due specchi uno di fronte all’altro mi vedo tutta. Ma con uno mi vedo a rovescio, con due mi vedo all’infinito».

[7] R. Rossanda, Questo corpo che mi abita, Bollati Boringhieri

[8] Ibiden

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