Ode a Taylor Swift: apologia di una donna serpe che divide et impera

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Odiare Taylor Swift è figo. E non parlo di quelli a cui la sua musica non piace: i gusti son gusti e su questo non si discute. Parlo di quell’odio ingiustificato che aleggia intorno alla sua figura come un’aura nera. La Swift è un paria dei social media, l’obiettivo di ogni meme e un’emoji serpente vivente, da quando Kim Kardashian ha utilizzato il velenoso animaletto per descriverla in un tweet diventato storico nella celebre faida Swift/Kardashian/West. È diventato talmente necessario odiarla che uno si può spingere fino al punto di dire che qualche canzone di 1989 è carina, ma nulla di più.

Perché Taylor Swift è una donna serpente. È profittatrice, è falsa, finta: finta-buona, finta-femminista, finta-amante, finta-cantante. Ma non è stata l’unica. È dai tempi dell’Antico Testamento che il serpente è sempre stato un alleato misogino fedelissimo, in grado di distruggere la reputazione femminile, con un geroglifico o un’emoji poco importa.

Ma questa reputazione terribile, di cui fa beffe nel suo ultimo album e tutto quest’odio li ha davvero meritati? O le sono stati appiccicati addosso come una striscia depilatoria? Io opto per la seconda. E allora strappiamoli, questi antiestetici peli. Perché, secondo me, Taylor Swift non parla il serpentese.

E per una motivazione semplicissima: a prescindere da quello che fa, Taylor Swift è sempre una serpe. Le sue azioni vengono incorporate in un secondo tempo all’interno di una narrativa che è già giunta, senza prove, alla sua conclusione. È una caccia alle streghe – se affoghi, muori; se galleggi allora ti facciamo a pezzi perché sei una strega. Odiarla ha il suo fine e il suo senso in sé stesso; non importa quale sia la sua risposta o la sua prossima mossa.

Le sue storie sentimentali vengono messe alla berlina perché non rispettano la narrazione convenzionale del maschio alfa e della donna accessorio a fianco. Perché Taylor Swift non è solo una statuina carina da esibire sul palco. Lei sul palco ci sta e lo sa fare anche bene. Le sue canzoni vengono dissezionate alla ricerca del prossimo scoop, quando, invece, un occhio attento riconoscerebbe una grande capacità di scrittura pop. In un certo senso, da Fifteen a New Romantics non ha mai smesso di cantare di come le ragazze fatichino a non interiorizzare la misoginia che le circonda. Ha solo scoperto che la lotta non finisce quando cresci. Anzi, forse, diventa un po’ più difficile.

Le sue scelte di business sono state criticate come egoiste e arriviste. Taylor Swift conosce il music business, sa quello che non funziona e sa come proteggere la sua creatività. Forse è proprio questo a darci fastidio: il modello di una business woman che ne sa più degli uomini e che è sempre un passo avanti.

Viene odiata per il suo successo: non ha fatto nulla di nuovo, è carina ma non una modella di Victoria’s Secret, non ha la voce di Beyoncé e lo stile di Rihanna. Non è tanto diversa da noi, eppure lei ce l’ha fatta. Lei è una pioniera per molte cose. Non è facile riconoscerlo e ammetterlo: ma è una pop star che è riuscita a liberarsi dagli stereotipi di genere, creando l’immagine, ma anche la sostanza, di una giovane donna che sa cosa vuole e come ottenerlo. Taylor Swift, anche solo essendo quello che è, la sua battaglia l’ha scelta. Ha scelto di sfidare costantemente la narrazione convenzionale della donna pop star e, da donna, dico che mi basta. Testimoniare ad un processo per molestie sessuali, difendere la sua immagine di donna e non di oggetto, portare i pantaloni quando si tratta di business e di lavoro senza permettere di zittirla solo perché è una ragazzina è molto più di quello che abbia fatto io. E, forse, molti di voi. E lo so, è un po’ fastidioso. Perché lei è figa e noi non tanto. E forse, sotto sotto, gelosia a parte, è proprio questo il motivo per cui ci è così facile odiarla. Perché è qualcosa per cui non siamo ancora pronti. Probabilmente, in modo più o meno consapevole, gran parte dell’odio rivolto alla Swift nasce proprio dall’immenso fastidio che ancora ci suscita un modello femminile ingombrante e forte, che non riusciamo a far rientrare nell’idea comune di donna angelo del focolare. E allora per aggirare l’ostacolo la chiamiamo serpe.

E, a proposito di questo, il serpente che si mangia la coda nel suo ultimo lyric video è un simbolo geniale per l’odio senza nessuna logica e nessun inizio; la misoginia non ha mai un fine, se non quello di autoappagarsi e riempirsi la pancia sempre strabordante.
Look What You Made Me do può sembrare una canzone contro Kayne West, ma il «tilted stage» a cui fa riferimento non è quello di Kayne, ma il nostro. Noi siamo quelli che la lasciano sempre cadere nel precipizio. «You said the gun was mine» cattura perfettamente il modo in cui questa società misogina trova sempre una motivazione, per quanto fasulla, per demonizzare e discreditare le donne.

Taylor Swift sa che non può vincere. Sa che si trova al centro di una caccia alle streghe pop e ci scrive una canzone, anzi, un album intero; perché sei non puoi controllare qualcosa, almeno traine vantaggio. Taylor sa che la sua reputazione è fuori dal suo controllo. E sì, il suo singolo Look What You Made Me Do è una diss track.
Ma quelli che sta chiamando in causa siamo noi, non Kayne.
E, probabilmente, ce lo siamo meritati
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Paola Marzorati per MIfacciodiCultura

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