Vittorio Sgarbi, l’artista della parolaccia

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Se l’arte è bellezza, come si è soliti ripetere sino a sconfinare nella retorica, non dovrebbe avere nulla a che spartire con il turpiloquio. Eppure, a confutare questa tesi tanto superficiale quanto diffusa, si impegna da quasi trent’anni uno dei critici d’arte più emblematici della moderna televisione: Vittorio Sgarbi. Non si era mai visto, infatti, fino alla sua prima apparizione al Maurizio Costanzo Show, un critico d’arte e sovrintendente ai beni artistici insultare in tal modo una signora, per giunta un’aspirante poetessa. Era impensabile, fino a quel momento, che un Roberto Longhi, un Federico Zeri o un Achille Bonito Oliva (per fare i nomi più noti) osassero tanto. Certo, alcuni non avevano mancato di distinguersi nell’arte della provocazione – si pensi al nudo di Bonito Oliva – ma mai avrebbero insultato in diretta televisiva una signora.

Vittorio Sgarbi

Sgarbi, dunque, riuscì nella difficile impresa di declinare il turpiloquio in maniera artistica, coniugando in maniera diretta ed efficace arte ed insulto, rivelandosi negli anni una sorta di computer capace di elaborare insulti originalissimi e dissacranti: si pensi all’ormai leggendario «capra» o al raffinatissimo «lumaca nana» rivolto ad un’interlocutrice non particolarmente perspicace. Tuttavia, siamo proprio sicuri che Sgarbi sia stato il primo intellettuale a riuscirvi? Abbiamo già accennato al fatto che sia stato il primo dissacratore a comparire in televisione, o se non altro il più popolare, ma non è stato di certo il primo intellettuale a cimentarsi in questa arte così insolita. Qualche decennio prima, come si ricorderà, più di un futurista si era già distinto egregiamente nell’arte dell’insulto: si pensi ad una celebre «lettera futurista» nella quale Marinetti e Boccioni si rivolgevano all’amico e poeta Cangiullo con un affettuoso e canzonatorio «caro fesso». Arte ed insulto, quindi, cominciano a rivelarci radici più profonde di quelle “sgarbiane”.

Per restare nel secolo breve, un altro grande poeta – invece di dedicare una soave e banale lettera d’amore alla propria donna – le scrisse un’insolita lettera d’odio. Stiamo parlando di Antonio Delfini (1907–1963), il quale espresse tutto il proprio umano disprezzo scrivendo le emblematiche Poesie della fine del mondo (1961), nelle quali spiccano versi di una violenza poeticamente inusuale:

Mi hai tolto terra famiglia e amore / ma la vita mi è rimasta, stronza nefasta! 

Lo scrittore e poeta Antonio Delfini

Capiamo ora come il volgare appellativo sia stato sdoganato ben prima della comparsa di Sgarbi sul piccolo schermo, a dimostrazione del fatto che l’insulto sia un’arte tutt’altro che recente. Qualcuno, tuttavia, avrà da obiettare che si tratta comunque di esponenti marginali di un secolo, il Novecento, che per molti rappresenta un secolo “minore” rispetto ai secoli d’oro dell’arte e della cultura tout court.
Per controbattere a tali eventuali obiezioni, chiamiamo a testimoniare una delle personalità più rappresentative del dorato Duecento poetico italiano: il fiorentino Rustico Filippi (1230–1291). Ben prima del cosiddetto trash televisivo e delle parolacce in diretta, l’insulto approdò fra gli insospettabili versi poetici che rientrano in quella ricca ed irriverente corrente poetica che prende il nome di poesia burlesca o comico-realistica. Se il contemporaneo e concittadino Dante Alighieri, infatti, era impegnato a dedicare dolcissimi complimenti all’ineffabile Beatrice, Rustico dedicava alle donne ben altri versi, tutt’altro che dolci e stilnovistici:

Dovunque vai conteco porti il cesso  ⁄  oi buggeressa vecchia puzzolente

Un ritratto caricaturale del poeta Cecco Angiolieri

“Complimenti” che ci fanno tornare alla mente i rudi epiteti forgiati da Delfini e che ricordano ancora di più il ben più recente «puzzona raccomandata» lanciato da Vittorio Sgarbi contro l’ex Ministro Annamaria Cancellieri.

Se Sgarbi, dunque, ha osato più di una volta insultare illustri personaggi come Giancarlo Caselli, ministri come la Cancellieri ed Angelino Alfano, fino a prendere a prestito il turpe epiteto di Delfini per scagliarlo contro l’odiata Angela Merkel, non ci meravigliamo di certo che un grande poeta come il senese Cecco Angiolieri (1260–1313) osò dare del «bue» perfino a Dante Alighieri. Non lo fece di certo deliberatamente, ma durante una di quelle aspre e giocose “tenzoni” poetiche che andavano di moda ben prima degli agitati dibattiti dei moderni talk show, attuali arene senza rivali per Vittorio Sgarbi. Prima di dargli del bue, però, Cecco trovò ancora il tempo di dare a Dante del «begolardo», ossia del fanfarone, concludendo poi il messaggio con la speranza di riuscire a “stancare” il rivale Alighier, speranza peraltro negata dallo stesso Cecco con la provocazione finale.

Dante Alighier, i’ t’averò a stancare;  ⁄  ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ‘l bue.

L’insulto di Cecco a Dante, l’osceno paragone con cui Rustico Filippi si rivolge alla sua «buggeressa», il “complimento” ben poco galante di Delfini alla sua donna, sono tutti esempi di una preziosa arte “burlesca” che sembrava ormai assopita nel piatto bianco e nero televisivo, un’arte sepolta che aveva evidentemente bisogno di un critico d’arte per risorgere in forme attuali. Arte e turpiloquio, dunque, hanno radici comuni e profonde e, la prossima volta che una sfuriata di Vittorio Sgarbi ci indignerà per il suo linguaggio, non dimentichiamo di indignarci per le poesie di Delfini, di Cecco e di Rustico. Oppure, invece di indignarci, cogliamo anche noi l’arte della parolaccia.

Fabio Gusella per MIfacciodiCultura

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