Lezioni d’Arte – Quello che il quadro non dice: la Sfinge

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Gustave Moreau, Edipo e La Sfinge, 1864

Nella seconda metà dell’Ottocento sarà molto in voga tra i simbolisti la figura della Sfinge, incarnazione della femme fatale e dell’inganno. La donna seducente che detiene segreti e misteri, pronta ad ammaliare e a colpire come le due facce dell’amore. Il simbolismo ha abbandonato l’impegno pubblico e sociale a favore di tematiche più introspettive, quella sensibilità tenuta nascosta dal mondo alla ricerca dell’anima più profonda delle cose. Non deve stupirci se come protagoniste di queste opere troviamo donne che ingannano, apparizioni impersonali metà umane e metà bestie che puntano alla seduzione dell’uomo, premendo sui suoi istinti animaleschi, prima di ucciderlo con ferocia e con gli artigli che tengono ben nascosti.

Gustave Moreau aveva esposto a Parigi anni prima, non senza critiche e scandali, Edipo e la Sfinge in chiave erotica dalla posa esplicita, in cui la figura indefinita è occhi negli occhi sul petto dell’eroe come una vera e propria amante. Anche Odilon Redon aveva rappresentato lo stesso mito rendendo la donna addirittura quasi angelica. Affascinato dal mistero e dall’esoterismo l’esponente belga Fernand Khnopff (Grembergen-lez-Termonde, 1858 – Bruxelles, 1921) trae ispirazione dallo stesso immaginario, riprendendo tematiche allegoriche dell’ideale femminile e dei miti greci. Il suo capolavoro è considerato Le carezze del 1896, oggi al Museo reale delle belle arti del Belgio di Bruxelles. Colori intensi, meditativi, carichi di energia ed emozione. Khnopff crea un mostro sorridente, una Sfinge dalla sessualità indefinita, amante di un Edipo virile che viene accarezzato con dolcezza. Un’intimità ambigua mai vista prima.

Odilon Redon, Edipo e La Sfinge,1864

La Sfinge, figlia di Echidna, colei che generò mostri terrificanti, il cui nome fa riferimento allo strangolare, è astuta fin dalla sua nascita. L’immaginario greco la descrive come spietata divoratrice di uomini, divertita nel terrorizzare l’intera città di Tebe al quale aveva posto un enigma. Nessun uomo era riuscito a capire chi fosse “quell’animale che al mattino ha quattro zampe, a mezzogiorno ne ha solo due e alla sera tre” come chiedeva. Il mostro è descritto con un viso angelico di donna ma il corpo di felino e le ali di uccello. Verrà sconfitta dal giovane viandante Edipo che individua nell’indovinello la figura dell’uomo che da infante si muove a gattoni, da uomo sulle proprie gambe e da anziano su tre poggiandosi sul bastone. L’attenzione su questa figura femminile per i simbolisti deriva probabilmente dall’incesto che è legato all’eroe protagonista: Edipo che a sua insaputa uccide il padre e si accinge a sposare la madre. Una vicenda che affascina e disgusta allo stesso tempo la mente dell’uomo.

Edipo è ritratto come un cavaliere errante alla ricerca della propria spiritualità, un classico eroe che incontra nel proprio cammino l’ammaliatrice Sfinge che sconfigge senza paura diventando il nuovo re della città appena liberata. La Sfinge di Khnopff porta i tratti somatici della sorella Marguerite, la sua musa prediletta, mentre Edipo è a torso nudo, eroe vigoroso e fiero re come dimostra il bastone del comando che tiene ben stretto. Non sconfigge con la forza, caratteristica che sicuramente non gli manca, ma con armi pari, sfruttando l’intelligenza. Nel dipinto l’artista gioca a ritrarre il paradosso del mito, qui quasi rovesciato, non più uno scontro destinato alla morte ma un’intimità erotica. La particolarità del simbolismo è stata proprio quella di appropriarsi di miti antichi e riutilizzarli in chiave e forme moderne.

Le carezze

La Sfinge sconfitta non sta morendo ma anzi si sottomette al suo nuovo re… ma sarà vero?! È come se l’artista volesse evidenziare la faccia subdola del male e dell’amore. Lo sguardo fisso e vigile di Edipo non tradisce alcun cedimento. L’eroe è sveglio e attento a non cedere alla tentazione della donna ammaliatrice. Una costante tensione, indefinita, è la linfa vitale del capolavoro, a metà tra ragione e sentimento, tra abbandono e razionalità, che tanto piaceva utilizzare ai simbolisti.

Alejandra Schettino per MIfacciodiCultura

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