Gucci e gli altri mostri: ecco cosa dice di noi il successo della moda brutta

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Christian Dior, negli ormai lontani anni ’30 affermava che lo scopo della sua moda era rendere la donna non solo bella, ma anche felice. Farle respirare una boccata di aria fresca dopo le dure restrizioni della Seconda Guerra Mondiale che l’avevano costretta ad abbandonare la femminilità e a trasformarsi in soldato; lo fece disegnando una donna-fiore. Morbide le spalle, il busto florido, la vita sottile come una liana, la gonna larga come una corolla. Per Yves Saint Laurent, invece, la moda non doveva rendere la donna semplicemente bella, ma forte, esattamente come un uomo. «Avevo notato che gli uomini erano molto più sicuri di sé nei loro vestiti», commentava Sain Laurent in una rara intervista, «Così ho pensato ai pantaloni, agli smoking, ai trench coats per dare anche alle donne lo stesso potere». Oggi, invece, ci ritroviamo con i mocassini con il pelo ai piedi (colpa di Gucci) e le sneakers bioniche: forme sgraziate e tagli informi che ci fanno sembrare ancora più basse e tozze di quello che siamo. Semplicemente brutte. Ammiriamo gli ex antiestetici marsupi riletti in chiave moderna da Prada e Gucci e le sneakers con tripla suola di Balenciaga. Osserviamo sulle pagine di Vogue le improponibili scarpe di Rick Owens, scarpe da ginnastica che arrivano fino al ginocchio, proprio come uno stivale; sneakers dalla suola asimmetrica e ingombrante quasi come un tacco 12. Un mix tra glam, goth e sport. Un alieno di scarpa. Ci imbattiamo continuamente nelle Crocs di Cristopher Kane che, però, non accetta che le sue creazioni siano definite brutte. Le riviste patinate si riempiono delle scarpe geneticamente modificate di Vetements e del massimalismo di Alessandro Michele, tutto stampe, gattini e ricami. E l’ultima sfilata di Gucci, l’avete vista? Un mixmash di colori, forme e trame. Con tanto di draghi, terzo occhio e atmosfera da clinica psichiatriche.

Balenciaga

Cosa è andato storto? O, meglio, cosa è cambiato?

La risposta è semplice: in un’epoca in cui il bello è stato reso accessibile a tutti, questo non esiste più. Con la crescita esponenziale di Instagram e Youtube il bello è ovunque: le ragazzine di quattordici anni con il fondotinta arancione e l’eyeliner scarabocchiato in faccia sono improvvisamente sparite, sostituite da maestre del contouring; i nostri feed sono stracolmi di immagini curate ed esteticamente piacevoli, fino all’artificio. Fino alla noia.

D’altronde, lo dice anche il filosofo Yves Michaud, parlando della vaporizzazione dell’arte nella cultura contemporanea:

Oggi il mondo è straordinariamente bello. Sono belli i prodotti confezionati, i vestiti di marca con i loro loghi stilizzati, i corpi palestrati, ricostruiti e ringiovaniti dalla chirurgia plastica, i visi truccati, le rughe stirate, i piercing e i tatuaggi […] Se una cosa non è bella, bisogna cercare di renderla tale. La bellezza regna. È diventata un imperativo: o sei bello oppure, almeno, risparmiaci la tua bruttezza. 

da L’arte allo stato gassoso. Un saggio sull’epoca del trionfo dell’estetica

Gucci, sfilata 2018

Però Michaud, se mi posso permettere, questo poteva essere vero nell’ormai lontano 2003, quando Eminem scalava le classifiche con Lose Yourself, dominavano i pantaloni a vita bassissima, Chiara Ferragni era una studentessa e Paris Hilton la regina dello stile. Ma nel futuristico 2018, se non sei bello o non vuoi esserlo, visto che ormai la bellezza è alla portata di tutti, allora sii più brutto che puoi. Nel più fashion e radicale dei modi. Se non puoi o non vuoi essere una Manolo Blahnik, allora sii un mocassino con il pelo che, volente o nolente, rimane uno degli oggetti più brutti e significativi degli ultimi cinque anni. Se non puoi essere bello, almeno sii significativo. Sii scioccante, nuovo, sconcertante, sconvolgente, impressionante.

E poi, siamo onesti: il bello è diventato un po’ noioso. Può essere appagante, certo, ma la sua ubiquità lo rende del tutto dimenticabile e trascurabile. Il brutto è nuovo, sorprendente, una sfida. E compito della moda è anche questo: sfidare le convenzioni del bello. Quando il bello canonico è l’estetica della maggioranza, allora la moda non può fare altro se non risorgere dal brutto, per riacquistare la sua esclusività.

Christopher Kane x Crocs

La moda brutta funziona, la moda brutta vince, perché non è un trend nato per caso ma affonda le proprie radici nella realtà dell’estetica contemporanea. Perché la moda passa, le rivoluzioni del gusto restano. La moda ha dato il via a questa nuova estetica in cui il bello è brutto e il brutto è bello. In cui per innovare si deve abbattere le barriere del gusto tradizionale. E funziona. Perché sono contenta di essere brutta, se questo significa riuscire là dove la bellezza fallisce: farsi ricordare e trasformare, distruggere certezze e dare il via ad un confronto. Non c’è niente di impegnativo e distruttivo nell’estetica della maggioranza; ma la moda brutta, quella ha il potere di far vacillare le certezze e far mettere in discussione tutto quello che ci hanno sempre propinato per vero e inamovibile.

Possiamo dire che il brutto non è mai sembrato così bello. E questa nuova veste gli sta a pennello.

Paola Marzorati per MIfacciodiCultura

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