I Grandi Classici – “La figlia del capitano”, un piccolo grande romanzo storico “russo alla Puskin”

0 1.305

Nell’immaginario collettivo, o almeno quello di aspiranti epistemofili, la letteratura russa si compone della sacra trimurti Tolstoj, Dostoevskij e Gogol, magari con quest’ultimo un po’ staccato sull’ultima salita: ad Aleksandr Puškin va al massimo la medaglia di legno, già sulla “Perspektivy Zakat” rispetto al Bignami della letteratura alta in chiave nazional popolare, tendenza che rispecchia in un certo senso la difficoltà iniziale a vedere riconosciuto il proprio – cristallino – talento. La riprova? Chi non è in grado di citare, anche senza averne letto che qualche paragrafo, Guerra e Pace o L’idiota? Mentre assai più problematico è trovare chi possa dire qualche parola su Evgenij Onegin, o su Boris Godunov: oppure, nella fattispecie, su La figlia del capitano, ossia l’ultimo romanzo pubblicato da Puškin prima della morte, avvenuta nel 1837 a soli 38 anni in seguito ad un duello.

Ironia della sorte, uno dei punti nodali de La figlia del capitano è proprio un duello, ancorché anomalo perché senta a realizzarsi, a trovare luogo: ma comunque uno dei punti nodali di questo breve romanzo pubblicato nel 1836, che per il resto ruota attorno alla severità di un padre nei confronti di un figlio che definire scapestrato è sicuramente eccessivo, ma che tale era considerabile alla luce dei rigidi schemi educativo-comportamentali della piccola nobiltà russa all’epoca di Caterina II. Da tale, necessaria severità e da un vago spirito ribelle discendono un forzoso quanto inutile servizio militare in uno sperduto avamposto un po’ alla deserto dei Tartari, incontri misteriosi, tormente di neve, una giovane donna contesa tra due spasimanti; e ancora, duelli appunto, scontri e prigionie.

La giovane età di Puškin al momento della morte ci dà ragione del fatto che sarebbe stato lecito attendersi ben altro dallo scrittore (e poeta, saggista, commediografo), e opere ben più mature de La figlia del capitano: nondimeno, il giudizio su Puškin ci porta a dire che si trattava di un genio estremamente “russo” e nel contempo oltremodo distaccantesi da dalla tipicità russa, privo com’è di fronzoli ed orpelli che a volte annodano i paragrafi degli altri romanzieri. È invece vero che comunque Puškin oggi è celebrato come fondatore, dal punto di vista filologico, della lingua letteraria russa, tanto che l’Istituto che ha come scopo la diffusione della lingua russa nel mondo prende appunto il suo nome.

Капитанская Дочка, Kapitanskaja dočka

Ma Puškin non è tutto qui, come non si limita a quanto detto sinora La figlia del capitano: l’uno perché si pone anche come rappresentante di un’epoca, coraggioso interprete di una generazione duramente provata dalla ottusa politica reazionaria di zar, ministri, burocrati; l’altro perché al di là della tematica e dell’intreccio romantici delinea, sullo sfondo ma in modo molto ravvicinato, una Russia rivoluzionaria, in fermento, ferita dalla rivolta cosacca di Pugačëv. Per quanto breve, come detto (il libro conta poco più di cento pagine), La figlia del capitano è a buon titolo quindi un romanzo storico dacché le storie dei personaggi, il giovane e nobile Grinëv e la leggiadra Maša, si intrecciano e fondono con la Storia. Storia quindi di un amore tormentato, La figlia del capitano: di due promessi sposi a cui questa volta si oppone un padre (quello di Grinëv) e si mette d’ostacolo uno spasimante rifiutato che servirà peraltro a Puškin per trattare del tema del tradimento da un’angolazione particolare, ossia il tradimento denunciato falsamente in quanto non corrispondente al vero – un caso di calunnia, in sostanza. Ma Puškin fa di Grinëv il narratore in prima persona, e questo annulla in un certo senso il distacco tra autore e narratore, cosa che del resto è prevedibile se ci si prende la briga di scorrere la biografia di Puškin (il sospetto di attività sovversive, l’invio in esilio, l’appartenenza all’aristocrazia): nondimeno, la ricerca quasi pedante della verità storica conseguente per l’autentica venerazione per tale disciplina non comporta mai un limite alla libertà poetica, e quindi non è mai fine a se stessa.

Come tutta la narrativa russa, peraltro, La figlia del capitano è un testo estremamente denso, ricercato, letterario: e quindi, come tipico della narrativa russa, la densità non comporta pesantezza, ché il marchio di fabbrica stilistica è una cifra ironica e autoironica che pervade sottilmente tutto il racconto. «Sotto la sua sorveglianza, nel mio dodicesimo anno, imparai a leggere e scrivere in russo, e potevo giudicare assai rettamente delle qualità di un cane levriero», dice Grinëv a proposito del periodo trascorso sotto la guida di un aio francese e della sua educazione.

A tratti, soprattutto nella prima parte, il racconto didascalico assume un andamento fiabesco, con un Grinëv – Pinocchio, estremamente immaturo, che vaga per le pagine circondato da vari vigili, prima fra tutti il vecchio scudiero Savél’ič, sorta di Grillo Parlante (e del resto, non mancano nel testo luoghi comuni e proverbi che danno un andamento appunto fiabesco-didascalico), ma forse è eccessivo affermare, come è stato fatto, che La figlia del capitano si legge “come un’antica fiaba russa”.

Nondimeno, l’ironia in Puškin sa essere anche tagliente, pur rimanendo sottile, in quanto a volte giocata anche sul filo di un assenza, di un segno di interpunzione ad esempio, o del suo differimento.

Durante una campagna, per esempio, arrivi in un paesetto; di che ti vuoi occupare? Non si può mica sempre picchiare gli ebrei. Per forza via alla trattoria e ti metti a giocare; e per questo bisogna saper giocare!.

Vittorio Gassman e Irasema Dilian ne “La figlia del capitano”, versione filmica dell’opera di Mario Camerini (1947)

Il sorriso di Puškin, che ce lo fa amare, che rende moderno questo romanzo di inizio ‘800, non cede mai il passo; nemmeno quando, in un passo drammatico, affronta il tema della tortura. Ad un supplizio, infatti, sta per essere sottoposto un personaggio estemporaneo il quasi si rifiuta di rispondere ad un interrogatorio: si scopre però, per fortuna in tempo, che il silenzio dell’uomo è dovuto al fatto che gli è stata mozzata la lingua in precedenza: «Tutti rimasero colpiti. Be’, disse il comandante, si vede che non ne caveremo niente» è il commento prima dell’ordine di lasciar stare il prigioniero.

E qui, Puškin indulge ad un attimo di sospensione dell’ironia, e fa dire ad un Grinëv che si rivolge ad un ipotetico giovane lettore:

Quando mi ricordo che questo è accaduto ai miei tempi, e che oggi sono giunto a vedere il mite regno dell’imperatore Alessandro, non posso non stupire dei rapidi progressi della civiltà e delle diffusione dei principi umanitari. Giovanetto! Se le mie memorie cadranno nelle tue mani, ricordati che i migliori e più durevoli mutamenti sono quelli che provengono dal miglioramento dei costumi, senza scosse violente di sorta.

Il che, al netto del fatto che in questo paragrafo vi è tanta efficacia quanta in un’opera intera di Hugo o Beccaria, ci testimonia sia della modernità di Puškin (e de La figlia del capitano) sia del fatto che siamo messi di fronte all’evidenza, ancora una volta, che né la Storia né la Letteratura ci hanno ancora insegnato pressoché nulla.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.