“120, rue de la gare” di Léo Malet, una perla “gialla” del poliziesco in lingua francese

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Il romanzo nella versione di Fazi Editore

Emanano profumi e odori, certe pagine di romanzo. Profumi femminili degli anni ’40, odore della pioggia sui boulevard, afrore di medicinali ospedalieri, e sentore acre di tabacco da pipa forte: non è facile, trovare autori le cui pagine emanino odori e profumi alla sola lettura, ma quando accade è la prova di essere in presenza di un narratore particolare. E precisamente questo è ciò che accade leggendo le pagine di Léo Malet (Montpellier, 7 marzo 1909 – Parigi, 3 marzo 1996) e di questo suo 120, rue de la gare.

A voler semplificare, si tratta di un giallo. Ma semplificare non è il nostro forte, ed in ogni caso non siamo mai andati d’accordo con la visone del romanzo giallo come letteratura minore o, horribile dictu, d’intrattenimento, ché fior d’autori e opere han travalicato i limite del genere tanto e tanto spesso da abbattere i limiti stessi. Poi, forse Léo Malet non è uno dei nomi che automaticamente esce dal cassetto della memoria quando si tratta superficialmente il genere, né lo è quello di Nestor Burma quando si pensa alla figura di riferimento di tutta la letteratura in questione, ossia quello dell’investigatore. Nondimeno, Malet è uno dei maggior rappresentanti del poliziesco e del noir in lingua francese, di spessore tale da rivaleggiare senza tema di confronto con Georges Simenon.

E Nestor Burma esordisce proprio con 120, rue de la gare: che colpisce fin dal titolo, un semplice indirizzo intorno al quale ruota lo sviluppo della trama. Semplice? Non proprio, visto che attorno ad esso si intrecciano ipotesi e supposizioni, che lo stesso emerge inaspettato in due circostanze diverse e congiuntamente prese del tutto improbabili come coincidenza, che attorno a quel 120 ruotano considerazioni che coinvolgono l’opera più nota del divin marchese De Sade, il quale Sade ritorna sotto forma di acronimo che ricorda tanto l’ACME della Warner Bros. In maniera del tutto inattesa; non proprio, visto che in definitiva questo 120, rue de la gare (inteso ancora come indirizzo) si configura come parte fondamentale e inaspettata di un di un crittogramma, e soprattutto in considerazione del fatto che 120, rue de la gare, sempre come indirizzo, dove si dovrebbe in teoria trovare, in realtà non esiste.

Trench e pipa, Léo Malet come alter ego di Nestor Burma

120, rue de la gare, quindi, inteso  come romanzo, è tutt’altro che semplice, anche se volendo se ne può riassumere la trama in poche parole: Seconda Guerra Mondiale, l’investigatore privato Nestor Burma, titolare dell’agenzia di investigazioni Fiat Lux, sta tornando da un campo di prigionia quando in una stazione ferroviaria vede il suo socio Bob Colomer, suo socio. I due si riconoscono e fanno per avvicinarsi, quando Colomer cade freddato da un colpo di pistola: prima di morire riesce però a sussurrare all’amico un indirizzo, 120, rue de la Gare, che sorprendentemente Burma aveva sentito all’ospedale militare da un prigioniero colpito da amnesia totale. Sulla scena del delitto c’è una bellissima ragazza armata, praticamente sosia di un’attrice: potrebbe essere lei l’assassina?

Siamo appena all’inizio del romanzo e della serie di avventure che avranno per brillante protagonista Nestor Burma, in totale una trentina, e che genereranno film, serie TV e trasposizioni a fumetti. Dovremmo intrecciare le considerazioni strettamente letterarie con la vita dell’autore, poiché Léo Malet nato nel 1909, visse in prima persona l’esperienza del campo di prigioni durante la WW2, oppure perché Colomer era anche il cognome della persona che lo introdusse in gioventù negli ambienti anarchici, André Colomer appunto; né possiamo considerare privi di riflessi i fatti biografici che ci portano sulla scenda del delitto-background culturale di Malet, indizi che costituiscono una prova certa: l’amicizia con Prévert, ad esempio, e l’adesione all’ambiente surrealista con tanto di adesione al manifesto programmatico, che porta alla conoscenza personale con Breton, Tanguy, Dalí.

Uniamo i tanti mestieri svolti, e abbiamo un quadro piuttosto netto del perché la scrittura di Malet risulta così brillante e assolutamente attuale nonostante 120, rue de la gare, ad esempio, dati 1943: rimane nell’imponderabile invece lo sviluppatissimo humour, rigorosamente noir, che contraddistingue la narrazione (e non stupisce che Malet, tra i tanti riconoscimenti, ottenne anche il Grand Prix de l’humour noir), tanto che a tratti davanti agli occhi balzano le immagini di un Woody Allen nei suoi non infrequenti panni investigativi).

Locandina del film tratto dal romanzo

Ma 120, rue de la gare è tutt’altro che solo humour, ribadiamo: i passaggi enigmistici, quelli storico-letterari, e l’ambientazione peri-bellica (Ai miei compagni delle caldaie dello Stalag X-B, riporta la dedica del romanzo) poggiano sulla capacità di toccare a tratti un’atmosfera straniante – per quanto non fino ai livelli di Borges o del Paul Auster di Trilogia di New York, che però sovvengono. A sua volta, questa capacità trova fondamento in una costruzione sintattica elegante e precisa, impreziosita da scelte lessicali ardite che trovano giustificazione, in modo circolare, nello humour di cui sopra, sbandierato come marchio di fabbrica nell’ironia insita nel carattere del protagonista, Nestor Burma (aka Dinamite Burma), capace di batture come «Novemila franchi di droga? Nemmeno fosse stato Cyrano!». E infine, per l’importanza che ha il fumo nel romanzo, come non farsi venire alla mente il testo di William Faulkner, Fumo appunto, questo fumo che Malet riesce a farci sentire in maniera quasi solida, e certamente olfattiva?

Tutto ciò considerato, 120, rue de la gare merita una lettura attenta, così come ha indubbiamente meritato un’edizione curata come quella proposta da Fazi Editore, che ne propone il volume nella collana Darkside, dove peraltro Malet ha già trovato meritatamente spazio, poiché, ammettiamolo, la cura sintattico-lessicale dell’autore di valore deve trovare corrispondenza in una adeguata cura editoriale – sicut un grande manicaretto si gusta meglio con un’adeguata presentazione.

Il romanzo, a fumetti

Vale la pena notare, infine, la presenza di un topos tipico della letteratura gialla della più bell’acqua, quella riunione del tutto inverosimile tra tutti i personaggi coinvolti nel caso, in una sorta di gioco della verità/delle parti in cui l’investigatore gestisce come un prestigiatore lo svelamento del colpevole, come faceva Ellery Queen e come fa più indegnamente Patrick Jane. Si tratta di una concessione ad un canone classico del giallo che non disturba affatto, anzi: riporta la narrazione al livello desiderato dall’autore, ossia un racconto con un investigatore ed un delitto da svelare.

Altrimenti, ben poco sarebbe bastato perché l’attenzione del lettore fosse sviata dalla trama giallistica: qualche notazione in più in una – attualissima – considerazione «…si mise ad imbrogliare le carte con un discorso xenofobo» ed il delitto sarebbe rimasto poco più che sullo sfondo di un personaggio sfaccettato come Nestor Dinamite Burma.

Vieri Peroncini per MIfacciodiCultura

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