Manvendra Singh Gohil: il principe indiano che si batte per i diritti LGBT

0 862
Manvendra Singh Gohil

E fu così che il principe diseredato dalla famiglia ed umiliato pubblicamente riuscì a riscattarsi cambiando la sua sorte e quella del suo popolo: è la storia di Manvendra Singh Gohil, figlio del maharaja di Rajpipla, nell’India occidentale del Gujarat, che ha rinnovato e rovesciato la figura del nobile. Un personaggio assai particolare, ben lontano dai classici stereotipi: viso aguzzo e sguardo vivace, magrolino ma determinato, non proprio un adone, quasi timido, appare alla mano e scherzoso.

Ad oggi, Manvendra è l’unico principe apertamente gay ed anche l’unico a mettere a disposizione i suoi possedimenti per proteggere chiunque lo necessiti da persecuzioni familiari e governative. L’antico palazzo e la proprietà di 15 acri di terra sono stati trasformarti in ostello e centro culturale, con alloggi per i discriminati sessuali, strutture mediche, spazi per l’insegnamento dell’inglese e di mestieri artigianali. Un centro d’accoglienza dunque con assistenza economica e sociale, ma anche uno spazio per arte e cultura.

Ma qual è la storia del cinquantaduenne Manvendra Singh Gohil? Un’infanzia in solitaria, un’educazione conservatrice e genitori spesso assenti sembravano condannare il principe ad una vita infelice. Ma nel 2006 compie un atto di grande coraggio: salta il suo matrimonio combinato e soprattutto fa coming out. A quel punto la maharani – sua madre – acquista una pagina di giornale per ripudiarlo. Il principe scelse la libertà di essere sé stesso, ma rimase senza contatti con la famiglia. Oggi, dieci anni dopo, Manvendra ha realizzato l’obiettivo che si era ripromesso, inaugurando il centro di accoglienza, gestito dalla Lakshya Trust, suo ente benefico a tutela dei diritti dell’essere umano e di tutte le sfumature della comunità LGBTQIAPK. Fornisce servizi di consulenza, promuove campagne di prevenzione ed informazione, incentiva l’uso di preservativi, sostiene arte e cultura, biblioteche, nonché visite e trattamenti medici per infezioni e patologie sessualmente trasmissibili. Secondo le Nazioni Unite, infatti, all’attualità in India si registra il terzo più alto numero di casi di AIDS al mondo. La sua associazione ha vinto il Premio per la società civile nel 2006 proprio per l’impegno profuso nella prevenzione dell’HIV-AIDS. Tramite la stessa organizzazione è anche membro dell’India Network For Sexual Minorities (INFOSEM) e fondatore della Sexual Health Action Network (SHAN).
Nel 2007, Manvendra è entrato a far parte del Consiglio di amministrazione provvisorio della Coalizione Asia-Pacifico sulla salute sessuale maschile (APCOM), per il miglioramento della società.

L’omosessualità è sempre stata presente nella cultura indiana, dagli antichissimi testi religiosi e filosofici vedici, alle numerose sculture e dipinti. Nel Kāma Sūtra sono descritti sia il lesbismo che l’omosessualità maschile, in rispetto della considerazione che «”in tutto ciò che concerne l’amore, ognuno deve agire in accordo con i costumi del proprio paese e con le proprie inclinazioni» (Kama Sutra, cap. IX). Addirittura, nel secolo scorso la città indiana di Lucknow, mille chilometri o poco più da Rajpipla, concedeva il cambio di identità giuridica a tutti gli eunuchi che lo richiedessero, in quanto non solo si erano sottoposti ad un intervento chirurgico, ma il loro stile di vita era allineato a quello delle donne (Siddgui, T.,  Rehman, M., Eunuchs of India and Pakistan, in Sexology). Poi per esempio le Hijras non vengono considerate né uomini, né donne: sono ben integrate nella società, nonostante siano trasgender MtF e vengano identificate come un terzo genere. Il sud-est asiatico, in particolare l’Indonesia, è tra i paesi più aperti in tal senso, tanto che riconosce legalmente già cinque generi distinti. Nella letteratura post-vedica sono presenti numerosi esempi di transgenderismo e di rapporti tra membri dello stesso sesso. Risale all’Impero Britannico la Legge vittoriana che punisce «carnal intercourse against the order of nature with any man, woman or animal», ovvero la sodomia, anche se consensuale (1860). In India, la rete sociale preme per le tradizioni e risente della dominazione inglese. Mentalmente condizionati dalla famiglia e dall’opinione pubblica, gli individui sono ancora costretti a matrimoni combinati, pena la cacciata di casa e l’emarginazione sociale: la mancanza di autonomia economica è spesso un forte vincolo. In questo contesto, il centro culturale e di accoglienza è uno schiaffo ai formalismi che impongono condizioni di vita non volute, ma anche un solido aiuto a chi se ne vuole liberare.

Il principe Manvendra Singh Gohil è amato dal pubblico ed è considerato un importante punto di riferimento non solo per le comunità LGBT del Paese, ma anche per tutti i discriminati e coloro i quali lottano quotidianamente per difendere i propri diritti. Rajpipla, la sua città, è diventata un polo del movimento LGBT indiano: qui si è svolta la prima conferenza sull’omosessualità del paese e si sono girati i primi film indiani riguardanti la tematica.

A fronte di tali movimenti, la Corte Suprema indiana ha accettato (gennaio 2018) di esaminare la costituzionalità dell’articolo 377 del codice penale che vieta e prevede il carcere per atti di omosessualità, pedofilia e zoofilia. Nel 2009 lo stesso articolo era stato abrogato dall’Alta Corte di New Delhi ma, quattro anni più tardi, nel dicembre 2013, la Corte Suprema ha annullato la decisione, dichiarando che spettava al legislatore e non al potere giudiziario di cambiare tale normativa. Recentemente è stato presentato un nuovo disegno di legge, mirante a combattere la discriminazione in qualsiasi forma, come quella che vieta agli omosessuali l’accesso ai luoghi pubblici (due anni di reclusione più multa). Si contesta, inoltre, la clausola che imporrebbe alle persone di sottoporsi a test per determinare il proprio genere, in violazione della sentenza che permette a chiunque di autodefinire il proprio genere (Corte Suprema, 2014).

A riprova del grande lavoro svolto ma anche della sua popolarità, Manavendra calca gli scenari di TV e social nazionali ed internazionali riscuotendo sempre più successi. È stato anche premiato con il Rainbow Warrior Award all’ottava edizione del Kashish Mumbai International Queer Film Festival del Sud Asia (maggio 2017).

Il principe ripudiato sembra quindi aver trovato una famiglia più grande che lo affianca nella sua lotta per i diritti di tutti gli uomini.

Fuck Pirlott, let’s rock

Lara Farinon per MifacciodiCultura

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.