Ron Howard: un regista tra storia, realtà e immaginario

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Ron Howard
Ron Howard

Nato il 1° marzo del 1954 a Duncan, una cittadina statunitense dell’Oklahoma, l’attore e regista Ron Howard ha esordito sin da giovanissimo all’interno dell’industria cinematografica riuscendo a mettere subito in mostra il suo grande talento. Conosciuto inizialmente soprattutto per le sue interpretazioni di Opie Taylor nelle 8 stagioni di The Andy Griffith Show e di Richie Cunningham in Happy Days, inizia a dedicarsi attivamente alla regia a partire dal 1977, anno di uscita di Attenti a quella pazza Rolls Royce.

L’aspetto fondamentale della poetica del regista statunitense, quello che più di tutti ha contrassegnato le sue opere più importanti, può essere individuato nel suo rapporto con la storia: la maggior parte delle pellicole curate da Howard, soprattutto quelle che hanno ricevuto una grande approvazione da parte della critica cinematografica, si trovano infatti spesso a riportare fatti realmente accaduti. Tuttavia, una delle particolarità della produzione di Ron Howard, è la sua ottima capacità di rielaborazione di questi fatti: senza lasciare da parte completamente la realtà, il regista riesce a dare sempre un proprio taglio personale alle narrazioni che propone, contribuendo così alla costruzione di un immaginario che si ritrova in un rapporto di costante fusione e scambio con la realtà stessa.

Ron Howard
A Beautiful Mind

A tal proposito, Apollo 13, film del 1995 vincitore di due premi Oscar, è un esempio perfetto per mettere in luce ed evidenziare l’abilità di Ron Howard nel saper coniugare esigenze di sceneggiatura con gli aspetti più stilistici e formali. Questi due aspetti entrano in contatto in diverse modalità: attraverso il ricorso a dialoghi realmente avvenuti riproposti a volte integralmente e a volte parzialmente, o anche attraverso l’abbreviazione di alcune sequenze che nella realtà hanno richiesto settimane per essere prodotte, come ad esempio il lancio del razzo Saturn V, in modo da renderle più fruibili dallo spettatore.

Oltre al rapporto con la storia, la ricerca estetica di Ron Howard si è mossa in parallelo anche nella raffigurazione della malattia psichica del matematico e premio Nobel per l’economia John Nash in A Beautiful Mind (2001). Guidato da un’incredibile performance attoriale di Russel Crowe, il film raffigura la malattia di Nash seguendo due livelli narrativi: la malattia viene infatti articolata sia dal punto di vista inizialmente inconsapevole del protagonista, sia in secondo luogo nella sua consapevolezza critica, realizzando un intarsio tra reale e immaginario dal sapore romantico che vede Nash cercare di convivere con la sua condizione e con il mondo che lo circonda.

Ron Howard
Rush

La produzione di Ron Howard più recente ha inoltre cercato di proseguire quanto già avviato tra gli anni ’90 e i primi anni 2000 a livello di rappresentazione del reale: due film che meritano sicuramente di essere citati a riguardo sono Frost/Nixon – Il duello Rush. Il primo, basato sull’omonimo dramma teatrale di Peter Morgan, mette in scena le interviste tra il giornalista inglese David FrostRichard Nixon condotte nel 1977 e cerca di fondare completamente la propria forza narrativa sulle interpretazioni di Michael Sheen e Frank Langella, fornendo un ritratto verosimile e convincente di entrambe le personalità rappresentate. Il secondo, invece, racconta la rivalità tra i piloti di Formula 1 James Hunt e Niki Lauda unendo le capacità attoriali dei due protagonisti, interpretati da Chris Hemsworth e Daniel Brühl, alle nuove tecnologie digitali e a una regia più dinamica rispetto ad altre pellicole di Howard, in particolare nella rappresentazione delle gare di corsa.

Merita una menzione particolare infine anche una parte della filmografia di Ron Howard dedicata all’adattamento di alcuni dei romanzi di Dan Brown sul personaggio del professor Robert Langdon: Il codice da Vinci (2006), Angeli e demoni (2009) e Inferno (2016). Se Il codice da Vinci risulta tutto sommato un accettabile prodotto di intrattenimento che cerca di fondere speculazione storico-teologica con i topoi del blockbuster d’azione, gli altri due episodi della saga si rivelano invece troppo lineari e senza particolari sussulti a livello narrativo. Tuttavia, sono solo delle piccole sbavature all’interno di una filmografia di tutto rispetto.

Daniele Sacchi per MIfacciodiCultura

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