Gabriele d’Annunzio, il poeta-vate che (forse) sarebbe andato all’Isola dei Famosi

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Gabriele d’Annunzio in uniforme aeronautica

«Io ero convinto di essere non pure uno spirito eletto ma uno spirito raro; e credevo che la rarità delle mie sensazioni e dei miei sentimenti nobilitasse, distinguesse qualunque mio atto». A parlare è Tullio Hermil, protagonista de L’Innocente, che altri non è se non una delle tante proiezioni che Gabriele d’Annunzio (Pescara, 12 marzo 1863 – Gardone Riviera, 1° marzo 1938) aveva di se stesso e che mise, per l’appunto, al servizio di una delle sue opere più note e apprezzate.

Esiste un peccato originale nella cultura italiana, che parte da molto lontano. Lo scrittore italiano non è sporco, niente a che vedere, mai e poi mai con un realismo sporco e Hank. Il suo è un peccato lindo, pulito, fatto di tovaglie di fiandra, di sveglie comode, di cameriere e di un paio d’orette al mattino più un paio al pomeriggio prima del tè passate a scrivere pacificamente, con la consapevolezza che qualsiasi cosa verrà prodotta troverà pubblicazione, pubblico e almeno una buona parte della critica entusiasta. Con tutti i sottintesi del termine lo scrittore italiano è da secoli intellettuale prima che artista-creatore, più connesso alla politica e all’economia (per tacer di lobby e massonerie assortite), e alle regole dell’editoria, che alla letteratura. Niente a che vedere con le figure bohémien nelle soffitte parigine, niente coi russi che scrivono a lume di candela, niente con un ubriacone come Hemingway che si siede e si mette a sanguinare. E d’Annunzio è soprattutto questo: arredamento e abbinamento. Di alto livello, certo.

Poeta dalle doti incredibili, tanto da essere soprannominato Vate, e soprattutto tale da scrivere La pioggia nel pineto, dotato di una sensibilità (dono della madre) fuori dal comune, d’Annunzio fu un po’ tutto e non fu niente. Da liriche stupende a mirabolanti, quanto dubbie, imprese militari; da una vita piena di donne, ad una incolmabile solitudine di fondo, come le sue opere mostrano e dimostrano: Il Piacere, ma anche appunto quell’Innocente che abbiamo citato all’inizio. Un classico esempio di uomo solo anche in mezzo alla folla, bisognoso di sentirsi al centro di tutto e che per questo occupa il suo tempo col nulla.

Eleonora Duse

In tutto questo, lo sfondo del decadentismo e di una Roma stanca e deludente, di Sorrentiniana memoria, ma con cui non condivide certamente lo spirito della Grande Bellezza. Con un esteta come Oscar Wilde che cosa condivideva, Gabriele d’Annunzio? Una passione per Huysmans e quella sorta di manifesto che era Controcorrente? Ma viene lecito chiedersi, per tutto ciò, se si trattasse di adesioni con un fondo di sincerità, presupposto forse banale al giorno d’oggi, ma fondamentale. O le passioni e le adesioni dannunziane erano forse non solo “estetiche”, ma anche di maniera, per quanto una maniera personale? Non v’è dubbio alcuno che si trattasse di persona intimamente votata all’estetica, altrimenti non si spiegherebbe quella volontà di firmarsi d’Annunzio anziché come un anagraficamente corretto d’Annunzio (e in effetti, è più accattivante con la minuscola). Al netto delle imprese aeree, quale valenza assumono i gesti politici e gli schieramenti eclatanti, quando alla fine la tua biografia riporta nell’ordine l’adesione all’Estrema destra storica, subito dopo e senza soluzione di continuità all’Estrema Sinistra Storica?

Potrebbe darsi che Gabriele d’Annunzio fosse davvero un precorritore di tempi, un uomo di inizio ‘900 già alla ricerca di quei 15 minuti di notorietà, con l’aggiunta del fatto che un quarto d’ora non era sufficiente ad una personalità debordante; uomo da culto della personalità, avrebbe probabilmente amato la luce dei riflettori televisivi, con tutti questi amori estremamente cinematografici: troppo istrionici ad esempio, sia lui che la Duse, per chiedersi se non si sia trattato, anche di un amore di quelli patinati, che aveva bisogno delle dediche e dei gesti eclatanti per trovare alimento alla fiamma della passione. Giudizio personale, se d’Annunzio fosse stato una trasmissione televisiva probabilmente sarebbe stato L’Isola dei Famosi, stante anche la tendenza a sbandierare il propri gusti sessuali.

D’Annunzio e l’aereo, passione documentata

Gambardella non è d’Annunzio, questo non tanto per una mera una questione politica (che pure è presente), ma per una fondamentale presa di coscienza: d’Annunzio era certo di essere estraneo alla causa del dramma della società, di essere, al contrario, un’anima eletta. Jep, invece, sente di farne parte. Sa che è anche colpa sua.
«Anch’io sono stato deludente», dice il personaggio di Verdone ne La Grande Bellezza. D’Annunzio non l’avrebbe mai detto. E qui stava la sua forza, e qui sta il suo eterno limite.

Nicolò Peroncini per MIfacciodiCultura

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