#EtinArcadiaEgo – Marziale: il poeta spiantato che parlava dell’Uomo

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Il grande dilemma di chiunque voglia produrre un testo letterario è sempre lo stesso: fantasia o realtà? E fino a che punto una può in qualche modo descrivere l’altra? Il verosimile non sempre è uno spazio sicuro e definito: spesso non anzi rischia di essere un punto imprecisato che non diventa poi né carne né pesce. Di certo si pose questo problema anche il poeta latino Marziale, nato il 1° marzo del 38 (o nel 41? Al solito, gli antichi non regalano troppe certezze) d. C. a Bibilis, un piccolo centro della Spagna Tarraconense. Non ci si deve stupire se un grande nome della letteratura di questo periodo fosse nato in terra iberica: Seneca, Lucano, Mela e Gallione sono solo alcuni dei nomi delle grandi figure della latinità di allora che avevano origini spagnole. Alcuni, come Seneca, sono davvero dei maximi. Non fu una stranezza quindi per il giovane Marziale scegliere di recarsi a Roma, centro catalizzatore ancora saldissimo dell’Impero. Laggiù avrebbe trovato grandi possibilità di crescita personale (come avvocato, speravano i genitori, come poeta desiderava lui). La famiglia, probabilmente di discreti possidenti, lo aveva avviato agli studi, e Marziale si presentò a Roma armato delle migliori competenze del tempo, almeno in teoria.

Sentendosi però inadatto a far carriera nell’avvocatura, Marziale strinse subito contatti con i conterranei romani: conobbe proprio la famiglia di Seneca, che lo inserì nella sua cerchia e gli presentò quel Calpurnio Pisone che rappresentava uno dei vertici culturali della Roma neroniana.

Già, neroniana. Perché mentre il buon Marziale tentava di farsi largo nelle cerchie culturali, l’imperatore più controverso della storia di Roma antica iniziava la parabola discendente verso il baratro. E nell’anno di Grazia 65 d.C, la famiglia Pisone fu accusata di complottare contro l’imperatore, e vide molti sui membri e amici condannati a morte o costretti al suicidio. Un disastro per Marziale, che vide in un secondo svanire appoggi politici, protezione e soprattutto denaro.

Bibilis oggi

Cosa restava a un uomo privo di appoggi? La clientela, ovvero mettersi al servizio di un potente in cambio di denaro o pasti. Una situazione comune quanto scomoda a Roma, che obbligava i clienti ad essere a completa disposizione del padrone, a svegliarsi presto per andare a rivolgergli i propri omaggi e a vivere costantemente nella precarietà, immerso nella mutevole vita cittadina e lontano dai salotti letterari a cui il poeta aspirava. Così visse Marziale fino alla morte, poco prima della quale riuscì a tornare nella natìa Bibilis, triste, povero e deluso.

Di cosa potrebbe scrivere un uomo che ha vissuto come Marziale? Un giovane spagnolo a cui è stata privata ogni possibilità, che ha dovuto vivere da precario lodando qualche potente di turno pur di ricavarne di che vivere. Si può scrivere di fantasia con un’esistenza tale? No, si può solo (e in modo cruento) scrivere di realtà. Infatti, come lui stesso scrive:

Qui non troverai né Centauri, né Gorgoni, né Arpie: la mia pagina ha il sapore dell’uomo.

Marziale vuole parlare dell’uomo, con tutti i difetti e le particolari stranezze della sua natura. Lo fa con un genere che aveva pochi precedenti a Roma, ma che si rivela perfetto per il suo stile: l’epigramma, ovvero un breve componimento di origine greca adattabile ai temi più disparati, dalla satira al ringraziamento per un regalo passando per una preghiera a qualche dio. Lo stile di Marziale è diventato iconico: una breve presentazione della scena fino alla stoccata finale, con un verso di chiusura che lascia il segno sul lettore, la cosiddetta fulmen in clausola, il fulmine in chiusura. I soggetti? Ladri, truffatori, buoni babbei, onesti commercianti e rampolli spiantati. In una parola: uomini. Celebre il suo epigramma 47:

Diaulo era medico, ora è becchino

quello che fa ora da becchino, lo faceva già da medico

Piccola annotazione: non si creda che Marziale fosse un incompetente. La scelta del genere epigrammatico e i temi così quotidiani sono una precisa scelta poetica, la protesta di un uomo che ride della realtà intorno a lui, presentandola come un teatro di macchiette. Lo stesso spagnolo infatti era capace di pezzi di letteratura davvero notevoli, come dimostrano alcuni componimenti di ringraziamento a protettori, divinità o benefattori. Carmi d’occasione, chiaramente, forse poco sentiti ma che danno un’immagine più completa di una delle figure più sfortunate del panorama letterario di Roma antica, che fu tra gli altri ricordato da Plinio il Giovane, suo grande amico e ammiratore, che pianse in una lettera la sua morte in povertà. Un uomo sfortunato, un esempio (come tanti) di grande letterato che il suo tempo ha riconosciuto solo in piccola parte.

Luca Mombellardo per MIfacciodiCultura

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