Adolfo Wildt, tormentato e travagliato scultore dell’anima

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L’esistenza di Adolfo Wildt, nato a Milano il 1° marzo 1868, è stata travagliata tanto sul piano artistico quanto sul lato umano.

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Adolfo Wildt

Il 13 marzo 1931, Mario Sironi, su Il Popolo d’Italia, scriveva: «È morto Adolfo Wildt, scompare uno spirito delicato e umanissimo». Mussolini e Vittorio Emanuele III facevano le condoglianze alla famiglia di Wildt – cui erano stati commissionati diversi lavori a scopo propagandistico, tra cui il busto del Duce danneggiato dai partigiani – consolidando così la sua fama di scultore fascista. Fascista, però, non lo era. Da allora un progressivo silenzio e negli anni del secondo dopoguerra l’oblio. Oggi il meritato ringraziamento ad un artista dibattuto per ragioni estetiche e politiche, ma sempre indiscusso virtuoso della tecnica.

Di origini modeste, compie il suo apprendistato presso le botteghe di uno scultore scapigliato e di uno tardo-romantico, frequentando parallelamente i corsi della Scuola di Disegno e Figura di Brera. Dimostra fin da giovanissimo una vitalità propria e una tecnica eccellente.

Vedova 1892
Vedova (1892)

Al termine scultura Wildt preferisce scolpitura sottolineandone la gestualità. L’artista è artigiano e indagatore dell’umano e non si limita a descrivere, ma vuole esaltare e cantare. Risulta effimera la capacità tecnica se il lavoro non viene condotto secondo i dettami del proprio spirito, ma è anche vero il contrario: virtuosismo, nobiltà del mestiere e anima in Wildt si dimostrano inscindibili.

La sfortuna critica di Wildt nasce in primo luogo dall’impossibilità di essere incasellato in un movimento artistico a lui coevo e in secondo luogo dal momento storico in cui egli si forma: nell’inquieto inizio del ‘900 si delineano le Avanguardie storiche e il pensiero fascista.

Maschera del dolore 1909
Maschera del dolore (1909)

Wildt, inseguendo una propria modernità svincolata sia dalla tradizione che dalle correnti moderne, ha scisso l’opinione pubblica: da una parte Margherita Sarfatti, che lo sostenne a partire dal 1917, e dall’altra gli accaniti oppositori, tra cui Ardengo Soffici, che parla di «apoteosi del pessimo gusto».

La diversità di Wildt si afferma dal 1894, anno in cui stipula un contratto col mecenate prussiano Franz Rose, che se da una parte gli permette di respirare il clima artistico delle Secessioni e una vita economicamente agiata, dall’altra lo tiene gelosamente estraneo alla critica italiana. Al punto che nel 1912, alla morte di Rose, Wildt si ritrova straniero nella propria città natale.

In una lettera a Rodin, datata 1906, scrive: «Sono uno scultore di Milano, da questa ebbi culla, spine, e pochissimo premio». Wildt non si arrese mai – non sappiamo se Rodin abbia risposto a quella lettera –, continuando la sua personalissima ricerca, scavando la materia e torcendola fino a farne sgorgare l’anima.

Nel 1908 si risvegliò da una “notte mentale”, una depressione spiazzante, approdando all’autoritratto Maschera del dolore: si ritrae in una smorfia di angoscia perenne, emblema della condizione umana.

Benito Mussolini 1923
Benito Mussolini (1923)

«Più che il ritratto di uomo, il ritratto di tutta una stirpe» dice Guido Marangoni, ed è così che il busto del Duce non si limita ad essere il ritratto fedele di Mussolini, bensì è il ritratto dell’Energia. Allo stesso modo, Toscanini è la Musica, la moglie di Wildt è la Vedovanza.

Occhi vuoti, bocche dischiuse, ossa pronunciate, una vitalità che sopravvive alla paura, all’angoscia, alla morte. L’uomo e la sua natura incorporea, invisibile ed eterna.

In ogni gesto dell’artista, la sua anima, e la nostra.

Annalisa La Porta per MIfacciodiCultura

1 Commento
  1. Francesco dice

    Essere mezzo espressivo di un regime non significa sempre sposarne gli ideali.

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